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L’AMBIENTE NEL COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE CATTOLICA
a cura di Simone Morandini
Le
Chiese nell’Antropocene
Particolarmente appropriata appare, in questo senso, l’espressione
del premio Nobel per la Chimica Crutzen, che parla del nostro tempo come dell’”Antropocene”
– l’era nella quale gli esseri umani sono divenuti i principali fattori delle
dinamiche biofisiche planetarie. E, d’altra parte, questioni come la fame,
la disponibilità d’acqua, le migrazioni – così determinanti per le esistenze
di uomini e donne - si trovano sempre più spesso a dipendere dalle dinamiche
dell’ambiente globale.
L’ampiezza della questione e la varietà delle sue dimensioni aiuta
a comprendere la crescente attenzione accordatale dalle diverse comunità ecclesiali,
espressione di una preoccupazione per una terra che è lo spazio donato da
Dio all’uomo,perché lo abiti e se ne prenda cura. È un dato già evidente in
un piccolo testo, che risale ad una dozzina di anni fa’: in parallelo al Summit
per la Terra svoltosi a Rio de Janeiro nel 1992 il Consiglio Ecumenico delle
Chiese (CEC) aveva promosso a Baixada Fluminense (Brasile) un incontro ecumenico
di preghiera e di riflessione anch’esso dedicato ai temi ecologici. Al termine
i partecipanti hanno stilato una “Lettera alle chiese”, che ancora oggi, a
più di dieci anni di distanza, conserva tutta la sua attualità; essa inizia
così:
Cari sorelle
e fratelli, vi scriviamo con un senso di urgenza. La terra è in pericolo.
La nostra sola casa è minacciata. Siamo sul precipizio della distruzione.
Per la prima volta nella storia della creazione, l’azione umana sta distruggendo
alcuni sistemi di supporto alla vita del pianeta[1].
Questo semplice
incipit ci presenta efficacemente una dimensione che ormai caratterizza quasi
tutti i numerosi documenti ecclesiali sull’ambiente usciti in questi ultimi
anni. È la percezione di una condizione critica, che nella quindicina d’anni trascorsi dal Summit
di Rio non è certo migliorata, ma appare, anzi, trasformata in una dinamica
globale che rischia di erodere le stesse basi biologiche della vita. Così
anche la Convocazione Ecumenica promossa dallo stesso CEC a Seul nel 1990
richiamava tale esigenza tramite l’immagine del diluvio incombente, figura
di una minaccia alla vita portata da un sistema in cui si intrecciano ingiustizia
economica, conflittualità diffusa e distruzione dell’ambiente naturale. La
preoccupazione per l’ecosistema planetario si intreccia qui con quella per
le esistenze dei meno favoriti, che dal degrado ambientale sono i primi ad
essere colpiti: il grido della Terra viene colto nel suo intreccio con quello
dei poveri, secondo la bella espressione di Leonardo
Boff[2].
L’esigenza di un’attenzione ecologica non può essere, dunque, disgiunta da
quella per la giustizia: l’integrità del creato è caratterizzata da una dimensione
ecologica, ma anche da una sociale.
Anche in ambito cattolico sono ormai davvero
numerosi gli interventi che hanno espresso preoccupazione in questo senso,
sia da parte di diverse Conferenze Episcopali (tra le altre quelle statunitense,
tedesca, francese, australiana, brasiliana), che nel Magistero di Giovanni
Paolo II (si pensi, in particolare, al Messaggio per la Giornata Mondiale
per la Pace del 1990, “Pace con Dio creatore, pace con tutto il creato”).
La percezione della negatività presente si accompagna sempre in tali interventi
all’accentuazione di un cambiamento possibile, che la stessa fede cristiana
rende drammaticamente necessario. È la stessa realtà che veniva così delineata
dai partecipanti all’incontro di Baixada Fluminense:
Gli esseri umani sono creati
in vista della comunione con Dio e con tutte le realtà viventi e non viventi.
Nell’esempio di Gesù noi vediamo uno stile di vita caratterizzato da semplicità,
umiltà ed apertura alla natura.[3]
La presa di distanza dall’ideologia
del dominio che caratterizza la modernità si accompagna qui all’indicazione
di una prospettiva positiva, comunionale, cui credo la tradizione cristiana
possa offrire alcuni riferimenti significativi.
Il
Compendio
La stessa preoccupazione emerge con chiarezza nel Compendio della
Dottrina Sociale Cattolica[4]
(CDSC), riferimento autorevole per la riflessione etico-sociale elaborata
nell’ambito della comunità cattolica. Chi lo confrontasse con altri
testi che hanno presentato esposizioni sintetiche della Dottrina Sociale della
Chiesa Cattolica[5] (DSC), rileverebbe,
tra gli elementi più fortemente innovativi, proprio la corposa attenzione
dedicata ai temi ambientali. La novità del tema appare particolarmente evidente
se si analizzano i riferimenti magisteriali indicati in nota: a parte alcune
citazioni di testi conciliari e un paio di Paolo VI, per il resto vengono
richiamati soprattutto testi legati al pontificato di Giovanni Paolo II[6]. È un elemento
che differenzia sensibilmente la relativa sezione da altre, che vedono i riferimenti
spaziare sull’intero corpus della DSC, ma anche su momenti anteriori della
tradizione e della teologia.
La novità del tema, però, non implica in alcun modo una sua sottovalutazione
all’interno del testo. Al contrario, esso spende parole forti per sottolineare
la rilevanza della “crisi nel rapporto tra uomo e ambiente”, in relazione
alla quale chiama ad “una comune responsabilità”[7].
Se il decimo capitolo “Salvaguardare l’ambiente” si articola su quasi venti
pagine[8],
una sua corretta lettura non può prescindere dall’ampia rete di riferimenti
ai temi ambientali che attraversa l’intero testo. Recependo un dibattito che
attraversa ormai l’etica teologica e la teologia fondamentale[9],
il CDSC disegna, così, un quadro ampio, che va dalla nozione di creazione
a quelle di bene comune e di globalizzazione, fino all’azione delle imprese
ed al rinnovamento degli stili di vita[10].
Cercheremo in queste pagine di evidenziarne le coordinate fondamentali
Ad una lettura veloce si potrebbe restare delusi dalla mancanza
di riferimenti ai temi ambientali all’interno di quel capitolo quarto in cui
vengono presentati “I principi della Dottrina Sociale della Chiesa”. Tale
assenza, però, non riduce affatto il tema a mera questione applicativa, priva
di spessore etico e teologico. In realtà, anzi, la pratica di salvaguardia
ambientale ha nel CDSC una forte fondazione antropologica e teologica, che
proprio per questo va ricercata ancor più a monte nella struttura del testo.
Ricostruire tale quadro di riferimento esige, infatti, di risalire fino al
primo capitolo – dedicato a “Il disegno di amore di Dio per l’umanità”, laddove
esso evidenzia come “l’uomo e la donna, creati a Sua immagine, sono perciò
stesso chiamati ad essere il segno visibile e lo strumento efficace della
gratuità divina nel giardino in cui Dio li ha posti come coltivatori e custodi
dei beni del creato” (26). Il disegno divino prevede, cioè, una “relazione
armoniosa tra gli uomini e le altre creature”, la cui rottura viene esplicitamente
indicata tra le conseguenze del peccato (27).
Ulteriori indicazioni vengono dal terzo capitolo, dedicato “La persona
umana e i suoi diritti”, dove troviamo il fondamentale n.113, dedicato ai
rapporti tra la persona umana e le altre creature. Ivi si afferma che la signoria
umana sul mondo “richiede l’esercizio della responsabilità, non è una libertà
di sfruttamento arbitrario ed egoistico”. Infatti, poiché tutta la creazione
“ha il valore di ‘cosa buona’ davanti allo sguardo di Dio”, “l’uomo deve scoprirne
e rispettarne il valore”, contemplandone la verità per giungere a stabilire
con le cose “un rapporto di responsabilità”.
Tale orizzonte caratterizzato dal rapporto e dalla relazionalità
verrà ulteriormente esplicitata nella riflessione sull’unità della famiglia
umana: “l’essere umano non è stato creato isolato, ma all’interno di un contesto”
umano ed ambientale, che garantisce le condizioni per la sua esistenza, e
tali condizioni sono esse stesse oggetto della benedizione divina (428). Non
stupisce, allora, che la stessa nozione di bene comune veda inclusa tra le
sue componenti la salvaguardia dell’ambiente (166), né che si giunga ad affermare
che “il bene comune della società non è un fine a sé stante”, ma deve sempre
essere posto in relazione con la persona e con “il bene comune universale
dell’intera creazione” (170). La posizione privilegiata dell’essere umano
nella creazione – tradizionale per la DSC – viene letta, insomma, qui in modo
articolato, nel segno di una relazionalità responsabile ad ampio raggio.
Quella che si disegna è, insomma, una vera e propria antropologia teologica
della responsabilità per il creato, che verrà articolata in forme anche più
ampie nel capitolo decimo, esplicitamente dedicato al tema. Là, infatti, si
sottolineerà come la fede di Israele sperimenti il mondo “non come un ambiente
ostile o un male da cui liberarsi, ma piuttosto come il dono stesso di Dio,
il luogo e il progetto che Egli affida alla responsabile guida e all’operosità
dell’uomo” (451), come il “giardino” donato da Dio “affinchè sia coltivato
e custodito” (452). Lo stesso Gesù viene presentato come colui che valorizza
gli elementi naturali, come “sapiente interprete della natura” (453); nella
sua Pasqua “la natura stessa partecipa al dramma del Figlio di Dio rifiutato
e alla vittoria della Risurrezione” (454). In Lui, dunque, “è avvenuta la
riconciliazione dell’uomo e del mondo”: lo stesso Verbo, per mezzo del quale
la natura era stata creata, ne opera anche la riconciliazione con Dio (454).
Lo specifico legame col Creatore dell’uomo e della donna, fatti a sua
immagine, viene così a declinarsi per essi come “responsabilità di tutto il
creato”, come “compito di tutelarne l’armonia e lo sviluppo” (451).
L’azione umana nel cosmo
Su questa base il CDSC può presentare – appoggiandosi ampiamente
alla Gaudium et Spes – una positiva valutazione dell’operare umano
nel cosmo, come della scienza e della tecnica tramite il quale esso si realizza,
permettendo significativi miglioramenti della qualità della vita (457). Proprio
tale crescita del potere umano sul cosmo, però, accresce anche la responsabilità
(457); non a caso lo stesso capitolo VI, dedicato al “lavoro umano”, si apre
con una sezione dedicata al compito di “coltivare e custodire la terra” (255-259),
mentre poco più avanti si sottolinea come l’uomo non sia “il padrone” dell’universo,
ma “il fiduciario, chiamato a riflettere nel proprio operare l’impronta di
Colui del quale egli è immagine” (275).
In questo senso il CDSC valorizza pure l’affermazione della Centesimus
Annus che ogni operare umano si svolge sempre sulla base della “prima
originaria donazione delle cose da parte di Dio” (460). È ad essa che si rifanno le affermazioni più
specifiche: ogni azione umana deve esprimere un “rispetto dell’uomo, che deve
accompagnarsi ad un doveroso atteggiamento di rispetto nei confronti delle
altre creature viventi” (459). Quando l’uomo “interviene sulla natura senza
abusarne e senza danneggiarla”, realizza la sua vocazione regale di collaboratore
all’opera divina, ma se dispone arbitrariamente della terra, rischia di sostituirsi a Dio,
provocando la ribellione della terra (460). Lo stesso chiaro apprezzamento
espresso per le applicazioni della scienza e della tecnica all’ambiente naturale
ed all’agricoltura si accompagna al richiamo alla prudenza e ad un attento
discernimento della varie forme di tecnologia applicata (458), sapendo che
talvolta gli interventi in talune aree dell’ecosistema possono avere impatti
rilevanti in altre aree e sulle future generazioni (459).
Proprio la prudenza – che non a caso la tradizione cristiana conosce
come virtù cardinale – è l’atteggiamento dominante anche in quelle pagine
che la IV sezione del capitolo dedica specificamente alle problematiche etiche
legate alle biotecnologie (472-480), cui peraltro, fanno pure riferimento
più o meno diretto altri numeri. A fronte di una valutazione di principio
positiva circa gli interventi dell’uomo sulla natura (inclusi quelli biotecnologici),
si sottolinea qui la possibilità di “notevoli ripercussioni a lungo termine”,
che non consente di agire in quest’ambito “con leggerezza e irresponsabilità”
(473). Tra l’altro, l’inquietudine viene accresciuta dall’inadeguatezza delle
conoscenze in materia, che spesso non consente di misurare fino in fondo “i
turbamenti indotti in natura da una indiscriminata manipolazione genetica”[11]
(459). In questo campo, insomma, politici, legislatori e pubblici amministratori
sono chiamati a prendere le decisioni “più convenienti per il bene comune”,
che non potranno essere dettate da “pressioni provenienti da interessi di
parte” (479). C’è, dunque, l’esigenza di prendere decisioni difficili in condizioni
di incertezza scientifica e in presenza di rischi; proprio questo è il contesto
nel quale – solo poche pagine prima - il CDSC aveva richiamato il “principio
di precauzione” (469). Esso non viene presentato “come una regola da applicare”,
ma come “un orientamento volto a gestire situazioni di incertezza”: ogni decisione
deve essere presa in modo per quanto possibile trasparente e deve essere “provvisoria
e modificabile in base a nuove conoscenze che vengano eventualmente raggiunte” (469). Si
tratta, cioè, di un istanza cautelativa, che si affianca peraltro anche all’esigenza
di “promuovere ogni sforzo per acquisire conoscenze più approfondite” (469).
Nella crisi, oltre la crisi
La crisi ambientale, infatti, nasce dalla pretesa di “esercitare
un dominio incondizionato sulle cose” (461), da parte di un uomo incurante
di considerazioni di ordine morale – un’espressione di quel peccato che viene
descritto come il tentativo umano di “forzare il suo limite di creatura” (115).
È una realtà che si manifesta nel tempo della modernità, caratterizzato da
una tendenza alla libera manipolazione della natura, come se essa offrisse
quantità infinite di materie prime e risorse, sempre rigenerabili. Essa non
va vista, comunque, come una diretta conseguenza della scienza e della tecnica,
ma piuttosto come espressione di “un’ideologia scientista e tecnocratica”
(462). Al contrario, laddove “prevalga l’etica del rispetto per la vita e
la dignità dell’uomo, per i diritti delle generazioni umane presenti e di
quelle che verranno”, allora il rapporto tra scienza ed ambiente può declinarsi
in senso positivo: “la tecnologia che inquina può anche disinquinare, la produzione
che accumula può anche distribuire equamente” (465).
Per guardare oltre la crisi ambientale, allora, è essenziale ritrovare
una concezione equilibrata della natura, lontana da divinizzazioni che dimenticherebbero
la “differenza assiologica e ontologica tra l’uomo e gli altri esseri viventi”
(463), ma anche da una sua completa secolarizzazione. La fede cristiana –
memore dell’esperienza francescana e benedettina - riconosce, invece, “nelle
creature che circondano l’uomo altrettanti doni di Dio da coltivare e custodire
con senso di gratitudine verso il Creatore”, testimoniando di “una sorta di
parentela dell’uomo con l’ambiente creaturale” (464). È una prospettiva che
sembra tornare attuale nell’attenzione per la relazione vitale di armonia
che “i popoli indigeni hanno con la loro terra e le sue risorse”, nella quale
si esprime “una dimensione fondamentale della loro identità” (471). La loro
esperienza è insostituibile per tutta l’umanità ed anche per questo i loro
diritti “devono essere opportunamente tutelati” (471).
In questo quadro appare pure in tutta la sua rilevanza il principio
di solidarietà fra le generazioni, che interpella quelle presenti da parte
di quelle future (467). Si tratta di un’indicazione di ampia rilevanza, analizzata
anche in relazione ad altre questioni, ma che va applicato soprattutto “nel
campo delle risorse della terra e della salvaguardia del creato, reso particolarmente
delicato dalla globalizzazione, la quale riguarda tutto il pianeta, inteso
come un unico ecosistema” (367)[12].
Articolare
la responsabilità
L’ambiente è, dunque un bene globale, collettivo, la cui tutela
costituisce una sfida per l’umanità intera – per la Comunità internazionale,
come per i singoli Stati (468) – che si articola su diverse dimensioni.
Un primo elemento è l’esigenza che esso trovi “una traduzione adeguata
a livello giuridico”: c’è un fondamentale “diritto ad un ambiente sano e sicuro”,
in cui i cittadini non siano esposti ad agenti tossici ed inquinanti. (468).
Tale diritto si tradurrà, dunque, in azioni volte a disciplinare l’uso delle
risorse ambientali ed a fissare “sanzioni per coloro che inquinano”, anche
se il suo contenuto potrà, in effetti, emergere solo tramite una “graduale
elaborazione” (468).
Accanto alla dimensione giuridica, per la salvaguardia dell’ambiente
fondamentale è quella economica e numerosi sono qui i rimandi al capitolo
VI, dedicato al lavoro umano. “Le risorse naturali sono limitate e alcune
non sono rinnovabili” (470) e’, quindi, le esigenze dello sviluppo devono
tener conto anche dei costi ambientali (470), per realizzare una “complementarietà
(…) tra la crescita economica e la compatibilità ambientale dello sviluppo”
(319). Tale prospettiva, però, non potrebbe “essere assicurata solo sulla
base del calcolo finanziario di costi e benefici”: “l’ambiente è uno di quei
beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere adeguatamente”
(470). Né l’impresa può limitarsi al perseguimento del profitto: la sua vocazione
include anche il dovere di “tendere ad un’’ecologia sociale’ del lavoro e
contribuire al bene comune anche mediante la salvaguardia dell’ambiente” (340).
Un particolare impegno della ricerca scientifica viene poi auspicato
in relazione alle risorse energetiche: occorrerà continuare a cercare di “identificare
nuove fonti energetiche” ed a “sviluppare quelle alternative”; per quanto
riguarda l’energia nucleare, invece, si sottolinea soprattutto l’esigenza
di “elevare i livelli di sicurezza” (470)
Per nuovi stili di vita: ambiente e solidarietà
In nuovi stili di vita, espressivi di una “rinnovata consapevolezza
che lega tra loro tutti gli abitanti della terra” (486), può pure trovare
concretezza per l’esistenza di ognuno quel nesso tra salvaguardia del creato
e solidarietà[13]
che costituisce uno degli assi portanti del
capitolo; su di esso è opportuno soffermarsi al termine di questa esposizione.
Il principio dell’universale destinazione dei beni della terra (ampiamente
esplorato nei nn.171-184) viene, infatti, qui sviluppato nella sua rilevanza
per i beni ambientali, che vanno essi stessi “condivisi secondo giustizia
e carità” (481). C’è un nesso stretto e bidirezionale tra “crisi ambientale
e povertà”: da un lato, il degrado ambientale colpisce in primo luogo i poveri,
sia perché più esposti ad esso, sia perché meno dotati di risorse sufficienti
a farvi fronte (482). D’altra parte, per molti paesi penalizzati da scarsità
di capitali e dall’onere del debito estero, “la fame e la povertà rendono
quasi inevitabile uno sfruttamento eccessivo ed intensivo dell’ambiente (482).
Un’attenzione specifica in quest’ambito viene rivolta all’acqua,
simbolo di vita, risorsa necessaria alla vita stessa e pertanto “diritto di
tutti” (484). Il diritto all’acqua va considerato “universale ed inalienabile”,
basato “sulla stessa dignità umana” ed
irriducibile a valutazioni quantitative di tipo puramente economico (485).
Per questo, anche quando la sua gestione venga affidata a privati, l’acqua
deve restare bene pubblico, da utilizzare in forme assieme razionali e solidali
(485): è l’esigenza della giustizia che trova applicazione anche per le risorse
ambientali.
La forte percezione del nesso tra sviluppo, ambiente e povertà che
caratterizza il CDSC non potrà, comunque essere utilizzata “come pretesto
per scelte politiche ed economiche poco conformi alla dignità della persona
umana (483)”. Il testo sottolinea, infatti, che “una politica demografica”
può essere soltanto “parte di una strategia di sviluppo globale”, che potrà
effettivamente realizzarsi solo se sarà “rivolto al bene autentico di ogni
persona e dell’intera persona” (483).
Conclusione
Ovviamente le soluzioni proposte per le specifiche questioni ambientali – come la loro stessa descrizione sul piano linguistico - risultano spesso convergenti con quanto emerge dalle diverse etiche ambientali di diversa matrice: non sembra che il CDSC voglia disegnare un’”ecologia cristiana” distinta e contrapposta alle pratiche proposte in altre sedi. Ciò che è qui specifico è, piuttosto, il loro inserimento in un contesto concettuale che valorizza la dimensione del mondo come creazione buona, come terra donata a da Dio all’uomo perché possa abitarvi. Eccettuate alcune questioni, in generale sembra di dover affermare che, più che diverse indicazioni etiche, insomma, emergono piuttosto diversi orizzonti di senso in cui esse si collocano. Emerge una spiritualità della creazione, che arricchisce il nostro rapporto con la terra, trasformandone la nostra percezione ed il nostro vissuto.
L’invito, che ci viene dallo stesso Giovanni Paolo II, è, insomma,
ad una radicale “conversione ecologica”, ad una trasformazione del cuore e
della mente, capace di discernere ciò che è buono e gradito a Dio anche nel
rapporto con la sua creazione. Nel CDSC ci troviamo così chiamati ad operare
come custodi e coltivatori del creato; ad essere segni e testimoni della gratuità
divina al suo interno, promuovendo una relazione armoniosa con la terra. Ci
troviamo convocati come responsabili del bene comune della creazione, in una
solidarietà che interessa tutti i popoli della terra, come le generazioni
future. Alla varietà delle dimensioni della questione ambientale ed alla sua
complessità corrisponde, tra l’altro, una puntuale articolazione della responsabilità.
Si intrecciano qui principi come quello di solidarietà (evocativo della dimensione
globale del tema), sussidiarietà (una responsabilità che coinvolge i diversi
livelli di gestione dell’autorità), giustizia (i beni ambientali, come i danni
ed i rischi derivanti dalla mala gestione dell’ambiente vanno ripartiti equamente).
Ci troviamo, infine, invitati a “riscoprire la natura nella sua dimensione di creatura”, stabilendo con essa “un rapporto comunicativo” e cogliendone “il significato evocativo e simbolico”, fino a penetrare nel suo mistero, volgendo lo sguardo verso Dio (487). La creazione è il primo grande dono attraverso il quale Dio comunica se stesso alle sue creature; è il luogo dell’incarnazione del Figlio, che egli viene a rinnovare nell’attesa della piena liberazione della sofferenza che oggi la permea; è lo spazio in cui soffia lo Spirito divino, colui che è “Signore e da la vita”. In una pratica davvero attenta alla cura per il creato diamo espressione ad una dimensione importante della nostra fede, corrispondendo con la nostra esistenza a tale dono, che ci permette di esistere.
[1] Letter to the Churches. Baixada Fluminense, Brasile, Pentecoste 1992, in W.Granberg-Michaelson, Redeeming
the Creation. The Rio Earth Summit: Challenges to the Churches, WCC,
Ginevra 1992, pp.70-73, qui p. 70.
[2] L.Boff,
Grido della terra, grido dei poveri.
Per un’ecologia cosmica, Cittadella, Assisi 1996; Id., Il creato in una carezza. Verso un’etica universale:
prendersi cura della Terra, Cittadella, Assisi 2000; Id., La voce dell’arcobaleno. Per un’etica planetaria
ed una spiritualità ecologica, Cittadella, Assisi 2000.
[3] Rapporto
del gruppo di lavoro teologico tenutosi durante l’incontro ecumenico parallelo
al Summit ONU di Rio del 1992: Theology,
in W.Granberg-Michaelson, Redeeming
the Creation. The Rio Earth Summit: Challenges to the Churches, WCC, Ginevra 1992, pp.74-76, qui p.75.
[4] Pontificio
Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale
della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana 2004. I riferimenti utilizzano
la numerazione interna dei paragrafi.
[5] Pensiamo,
in particolare, al testo della Congregazione per l’Educazione Cattolica
su Orientamenti per lo studio e l’insegnamento della dottrina sociale
nella formazione sacerdotale del 30 dicembre 1988.
[6] Per
una presentazione del Magistero di Giovanni Paolo II in materia di ambiente
si veda A.Giordano, S.Morandini,
P.Tarchi, La creazione in dono.
Giovanni Paolo II e l’ambiente,
EMI, Bologna 2005.
[7] Sono
i titoli delle sezioni III (461-465) e IV (466-487) del capitolo decimo
dedicato alla salvaguardia ambientale.
[8] Si
pensi che uno spazio equivalente è dedicato a “La promozione della pace”
(cap. XI), mentre di poco più ampi sono capitoli dedicati ad altri due temi
classici della DSC come “La vita economica” (cap. VII) o “La comunità politica”
(cap. VII), che non raggiungono le trenta pagine.
[9] Ho
cercato di offrirne una presentazione d’assieme in S. Morandini, Teologia
ed ecologia, Morcelliana, Brescia 2005.
[10] Significativi
rimandi sono presenti, tra l’altro – oltreché nella voce “Ambiente” dell’indice
analitico – anche in quelle dedicate a “Attività umana”, “Bene comune”,
“Benessere”, Biotecnologie”, Collettività”, “Commercio”, “Comunità”, “Condivisione”,
“Creatore”, Creazione – creato”, “Demografia”, “Dignità umana”, “Dio”, “Diritti”,
“Diritto”, “Dono”, “Dovere”, “Ecocentrismo”, “Economia”, “Ecosistema”, “Etica”,
”Finanza”, “Generazione”, “Gesù Cristo”, “Giustizia”, “Globale”, “Gruppo
– Raggruppamento”, “Imprenditore”, “Impresa”, “Informazione”, “Ingiustizia”,
“Inquinamento”, “Interdipendenza”, “Lavoratore”, “Malattie”, “Mercato”,
“Mondo”, “Morale - Immorale”, “Natura”, “Norma”, “Ordine”, “Persona umana”,
“Popolazione”, “Popolo”, “Povertà, “Principio”, “Produzione”, “Questione”,
“Responsabilità - Corresponsabilità”, ”Risorsa”, “Salute – sanità”, “Santità
- sabntificazione”, “Scienza”, Sfruttamento”, “Sistema”, “Società”, “Solidarietà”,.”Stato”,
“Sviluppo”, “Tecnica-Tecnologia”, “Terra”, “Tutela”, “Umanità”, “Uomo”,
“Valore”, “Vita”. Non sono presenti invece nell’indice voci come
“Ecologia” e “Sostenibilità”, anche se al primo termine o ai suoi derivati
si fa riferimento in diverse occasioni, mentre la seconda sembra essere
evocata nel testo come “compatibilità ambientale” (319).
[11] Citato
da Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della pace 1990,
7, AAS 82 (1990) 150.
[12] Curiosamente
nell’indice analitico tale importante affermazione viene richiamata con
un’espressione il cui senso non sembra identico al testo del CDSC, che abbiamo
appena richiamato, ma che ha comunque una sua singolare forza teologica:
si parla , infatti, di “creato, unico ecosistema”.
[13] Al
principio di solidarietà sono dedicati i nn.192-196, nei quali la solidarietà
viene definita “virtù sociale fondamentale” (193).
[14] Stupisce,
in questo senso, l’assenza di una focalizzazione esplicita sul tema del
trattamento da riservare agli animali, un tema cui già aveva dedicato attenzione
il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn.2416-2418).
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