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L’AMBIENTE NEL COMPENDIO DELLA DOTTRINA SOCIALE CATTOLICA

a cura di Simone Morandini

  Il tema ambientale è entrato ormai tra le grandi questioni che segnano in profondità la condizione umana nel tempo della globalizzazione. Le nostre esistenze sono toccate direttamente dagli effetti dell’inquinamento urbano locale, come dal mutamento climatico planetario – che almeno in parte è senz’altro di origine antropica – mentre il problema della gestione rifiuti è venuto ad occupare uno spazio centrale nell’agenda politica di molte amministrazioni. Non stupisce, allora, che di fronte alla proposta di grandi opere dal forte impatto ambientale (TAV, MOSE…), sempre più spesso vi siano reazioni di forte perplessità e di protesta. Aldilà delle valutazioni che se ne dovranno dare nei singoli casi – anche differenziate - non c’è dubbio che esse rivelino la preoccupazione nostro legame alla terra, della necessità di tutelarne le dinamiche di fronte ad un’azione umana sempre più pervasiva nelle sue capacità di trasformare il mondo naturale.

Le Chiese nell’Antropocene
  Particolarmente appropriata appare, in questo senso, l’espressione del premio Nobel per la Chimica Crutzen, che parla del nostro tempo come dell’”Antropocene” – l’era nella quale gli esseri umani sono divenuti i principali fattori delle dinamiche biofisiche planetarie. E, d’altra parte, questioni come la fame, la disponibilità d’acqua, le migrazioni – così determinanti per le esistenze di uomini e donne - si trovano sempre più spesso a dipendere dalle dinamiche dell’ambiente globale.

  L’ampiezza della questione e la varietà delle sue dimensioni aiuta a comprendere la crescente attenzione accordatale dalle diverse comunità ecclesiali, espressione di una preoccupazione per una terra che è lo spazio donato da Dio all’uomo,perché lo abiti e se ne prenda cura. È un dato già evidente in un piccolo testo, che risale ad una dozzina di anni fa’: in parallelo al Summit per la Terra svoltosi a Rio de Janeiro nel 1992 il Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) aveva promosso a Baixada Fluminense (Brasile) un incontro ecumenico di preghiera e di riflessione anch’esso dedicato ai temi ecologici. Al termine i partecipanti hanno stilato una “Lettera alle chiese”, che ancora oggi, a più di dieci anni di distanza, conserva tutta la sua attualità; essa inizia così:

Cari sorelle e fratelli, vi scriviamo con un senso di urgenza. La terra è in pericolo. La nostra sola casa è minacciata. Siamo sul precipizio della distruzione. Per la prima volta nella storia della creazione, l’azione umana sta distruggendo alcuni sistemi di supporto alla vita del pianeta[1].

Questo semplice incipit ci presenta efficacemente una dimensione che ormai caratterizza quasi tutti i numerosi documenti ecclesiali sull’ambiente usciti in questi ultimi anni. È la percezione di una condizione critica, che  nella quindicina d’anni trascorsi dal Summit di Rio non è certo migliorata, ma appare, anzi, trasformata in una dinamica globale che rischia di erodere le stesse basi biologiche della vita. Così anche la Convocazione Ecumenica promossa dallo stesso CEC a Seul nel 1990 richiamava tale esigenza tramite l’immagine del diluvio incombente, figura di una minaccia alla vita portata da un sistema in cui si intrecciano ingiustizia economica, conflittualità diffusa e distruzione dell’ambiente naturale. La preoccupazione per l’ecosistema planetario si intreccia qui con quella per le esistenze dei meno favoriti, che dal degrado ambientale sono i primi ad essere colpiti: il grido della Terra viene colto nel suo intreccio con quello dei poveri, secondo la bella espressione di Leonardo Boff[2]. L’esigenza di un’attenzione ecologica non può essere, dunque, disgiunta da quella per la giustizia: l’integrità del creato è caratterizzata da una dimensione ecologica, ma anche da una sociale.

  Anche in ambito cattolico sono ormai davvero numerosi gli interventi che hanno espresso preoccupazione in questo senso, sia da parte di diverse Conferenze Episcopali (tra le altre quelle statunitense, tedesca, francese, australiana, brasiliana), che nel Magistero di Giovanni Paolo II (si pensi, in particolare, al Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace del 1990, “Pace con Dio creatore, pace con tutto il creato”). La percezione della negatività presente si accompagna sempre in tali interventi all’accentuazione di un cambiamento possibile, che la stessa fede cristiana rende drammaticamente necessario. È la stessa realtà che veniva così delineata dai partecipanti all’incontro di Baixada Fluminense:

Gli esseri umani sono creati in vista della comunione con Dio e con tutte le realtà viventi e non viventi. Nell’esempio di Gesù noi vediamo uno stile di vita caratterizzato da semplicità, umiltà ed apertura alla natura.[3]

La presa di distanza dall’ideologia del dominio che caratterizza la modernità si accompagna qui all’indicazione di una prospettiva positiva, comunionale, cui credo la tradizione cristiana possa offrire alcuni riferimenti significativi.


Il Compendio
 La stessa preoccupazione emerge con chiarezza nel Compendio della Dottrina Sociale Cattolica[4] (CDSC), riferimento autorevole per la riflessione etico-sociale elaborata nell’ambito della comunità cattolica. Chi lo confrontasse con altri testi che hanno presentato esposizioni sintetiche della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica[5] (DSC), rileverebbe, tra gli elementi più fortemente innovativi, proprio la corposa attenzione dedicata ai temi ambientali. La novità del tema appare particolarmente evidente se si analizzano i riferimenti magisteriali indicati in nota: a parte alcune citazioni di testi conciliari e un paio di Paolo VI, per il resto vengono richiamati soprattutto testi legati al pontificato di Giovanni Paolo II[6]. È un elemento che differenzia sensibilmente la relativa sezione da altre, che vedono i riferimenti spaziare sull’intero corpus della DSC, ma anche su momenti anteriori della tradizione e della teologia.

  La novità del tema, però, non implica in alcun modo una sua sottovalutazione all’interno del testo. Al contrario, esso spende parole forti per sottolineare la rilevanza della “crisi nel rapporto tra uomo e ambiente”, in relazione alla quale chiama ad “una comune responsabilità”[7]. Se il decimo capitolo “Salvaguardare l’ambiente” si articola su quasi venti pagine[8], una sua corretta lettura non può prescindere dall’ampia rete di riferimenti ai temi ambientali che attraversa l’intero testo. Recependo un dibattito che attraversa ormai l’etica teologica e la teologia fondamentale[9], il CDSC disegna, così, un quadro ampio, che va dalla nozione di creazione a quelle di bene comune e di globalizzazione, fino all’azione delle imprese ed al rinnovamento degli stili di vita[10]. Cercheremo in queste pagine di evidenziarne le coordinate fondamentali


Homo responsabilis
  Ad una lettura veloce si potrebbe restare delusi dalla mancanza di riferimenti ai temi ambientali all’interno di quel capitolo quarto in cui vengono presentati “I principi della Dottrina Sociale della Chiesa”. Tale assenza, però, non riduce affatto il tema a mera questione applicativa, priva di spessore etico e teologico. In realtà, anzi, la pratica di salvaguardia ambientale ha nel CDSC una forte fondazione antropologica e teologica, che proprio per questo va ricercata ancor più a monte nella struttura del testo. Ricostruire tale quadro di riferimento esige, infatti, di risalire fino al primo capitolo – dedicato a “Il disegno di amore di Dio per l’umanità”, laddove esso evidenzia come “l’uomo e la donna, creati a Sua immagine, sono perciò stesso chiamati ad essere il segno visibile e lo strumento efficace della gratuità divina nel giardino in cui Dio li ha posti come coltivatori e custodi dei beni del creato” (26). Il disegno divino prevede, cioè, una “relazione armoniosa tra gli uomini e le altre creature”, la cui rottura viene esplicitamente indicata tra le conseguenze del peccato (27).

  Ulteriori indicazioni vengono dal terzo capitolo, dedicato “La persona umana e i suoi diritti”, dove troviamo il fondamentale n.113, dedicato ai rapporti tra la persona umana e le altre creature. Ivi si afferma che la signoria umana sul mondo “richiede l’esercizio della responsabilità, non è una libertà di sfruttamento arbitrario ed egoistico”. Infatti, poiché tutta la creazione “ha il valore di ‘cosa buona’ davanti allo sguardo di Dio”, “l’uomo deve scoprirne e rispettarne il valore”, contemplandone la verità per giungere a stabilire con le cose “un rapporto di responsabilità”.

  Tale orizzonte caratterizzato dal rapporto e dalla relazionalità verrà ulteriormente esplicitata nella riflessione sull’unità della famiglia umana: “l’essere umano non è stato creato isolato, ma all’interno di un contesto” umano ed ambientale, che garantisce le condizioni per la sua esistenza, e tali condizioni sono esse stesse oggetto della benedizione divina (428). Non stupisce, allora, che la stessa nozione di bene comune veda inclusa tra le sue componenti la salvaguardia dell’ambiente (166), né che si giunga ad affermare che “il bene comune della società non è un fine a sé stante”, ma deve sempre essere posto in relazione con la persona e con “il bene comune universale dell’intera creazione” (170). La posizione privilegiata dell’essere umano nella creazione – tradizionale per la DSC – viene letta, insomma, qui in modo articolato, nel segno di una relazionalità responsabile ad ampio raggio.

  Quella che si disegna è, insomma, una vera e propria antropologia teologica della responsabilità per il creato, che verrà articolata in forme anche più ampie nel capitolo decimo, esplicitamente dedicato al tema. Là, infatti, si sottolineerà come la fede di Israele sperimenti il mondo “non come un ambiente ostile o un male da cui liberarsi, ma piuttosto come il dono stesso di Dio, il luogo e il progetto che Egli affida alla responsabile guida e all’operosità dell’uomo” (451), come il “giardino” donato da Dio “affinchè sia coltivato e custodito” (452). Lo stesso Gesù viene presentato come colui che valorizza gli elementi naturali, come “sapiente interprete della natura” (453); nella sua Pasqua “la natura stessa partecipa al dramma del Figlio di Dio rifiutato e alla vittoria della Risurrezione” (454). In Lui, dunque, “è avvenuta la riconciliazione dell’uomo e del mondo”: lo stesso Verbo, per mezzo del quale la natura era stata creata, ne opera anche la riconciliazione con Dio (454).  Lo specifico legame col Creatore dell’uomo e della donna, fatti a sua immagine, viene così a declinarsi per essi come “responsabilità di tutto il creato”, come “compito di tutelarne l’armonia e lo sviluppo” (451).


L’azione umana nel cosmo
  Su questa base il CDSC può presentare – appoggiandosi ampiamente alla Gaudium et Spes – una positiva valutazione dell’operare umano nel cosmo, come della scienza e della tecnica tramite il quale esso si realizza, permettendo significativi miglioramenti della qualità della vita (457). Proprio tale crescita del potere umano sul cosmo, però, accresce anche la responsabilità (457); non a caso lo stesso capitolo VI, dedicato al “lavoro umano”, si apre con una sezione dedicata al compito di “coltivare e custodire la terra” (255-259), mentre poco più avanti si sottolinea come l’uomo non sia “il padrone” dell’universo, ma “il fiduciario, chiamato a riflettere nel proprio operare l’impronta di Colui del quale egli è immagine” (275). 

  In questo senso il CDSC valorizza pure l’affermazione della Centesimus Annus che ogni operare umano si svolge sempre sulla base della “prima originaria donazione delle cose da parte di Dio” (460).  È ad essa che si rifanno le affermazioni più specifiche: ogni azione umana deve esprimere un “rispetto dell’uomo, che deve accompagnarsi ad un doveroso atteggiamento di rispetto nei confronti delle altre creature viventi” (459). Quando l’uomo “interviene sulla natura senza abusarne e senza danneggiarla”, realizza la sua vocazione regale di collaboratore all’opera divina, ma se dispone arbitrariamente  della terra, rischia di sostituirsi a Dio, provocando la ribellione della terra (460). Lo stesso chiaro apprezzamento espresso per le applicazioni della scienza e della tecnica all’ambiente naturale ed all’agricoltura si accompagna al richiamo alla prudenza e ad un attento discernimento della varie forme di tecnologia applicata (458), sapendo che talvolta gli interventi in talune aree dell’ecosistema possono avere impatti rilevanti in altre aree e sulle future generazioni (459).

  Proprio la prudenza – che non a caso la tradizione cristiana conosce come virtù cardinale – è l’atteggiamento dominante anche in quelle pagine che la IV sezione del capitolo dedica specificamente alle problematiche etiche legate alle biotecnologie (472-480), cui peraltro, fanno pure riferimento più o meno diretto altri numeri. A fronte di una valutazione di principio positiva circa gli interventi dell’uomo sulla natura (inclusi quelli biotecnologici), si sottolinea qui la possibilità di “notevoli ripercussioni a lungo termine”, che non consente di agire in quest’ambito “con leggerezza e irresponsabilità” (473). Tra l’altro, l’inquietudine viene accresciuta dall’inadeguatezza delle conoscenze in materia, che spesso non consente di misurare fino in fondo “i turbamenti indotti in natura da una indiscriminata manipolazione genetica”[11] (459). In questo campo, insomma, politici, legislatori e pubblici amministratori sono chiamati a prendere le decisioni “più convenienti per il bene comune”, che non potranno essere dettate da “pressioni provenienti da interessi di parte” (479). C’è, dunque, l’esigenza di prendere decisioni difficili in condizioni di incertezza scientifica e in presenza di rischi; proprio questo è il contesto nel quale – solo poche pagine prima - il CDSC aveva richiamato il “principio di precauzione” (469). Esso non viene presentato “come una regola da applicare”, ma come “un orientamento volto a gestire situazioni di incertezza”: ogni decisione deve essere presa in modo per quanto possibile trasparente e deve essere “provvisoria e modificabile in base  a nuove conoscenze che vengano eventualmente raggiunte” (469). Si tratta, cioè, di un istanza cautelativa, che si affianca peraltro anche all’esigenza di “promuovere ogni sforzo per acquisire conoscenze più approfondite” (469).


Nella crisi, oltre la crisi
   Tali indicazioni di quadro costituiscono il contesto nel quale il CDSC parla – ed in modo molto chiaro - di una crisi ecologica, che è globale e come tale va affrontata globalmente (466). Tra le sue dimensioni esso richiama la minaccia che tocca la biodiversità (466) - in particolare quella che si realizza in aree critiche come la foresta amazzonica - ma anche la desertificazione (466, 482), l’erosione del suolo (482), i cambiamenti climatici, le complesse problematiche relative alla risorse energetiche (470) ed all’acqua (484). In generale, riprendendo Giovanni Paolo II, si rileva una tendenza alla “conquista” ed allo “sfruttamento” delle risorse, che “è diventato predominante e invasivo ed è giunto minacciare la stessa capacità ospitale dell’ambiente” (461). Certo, la minaccia che pesa sulla casa della vita non mette in discussione la speranza credente: la fede sa bene di potersi “volgere con fiducia al futuro, grazie alla promessa e all’alleanza che Dio rinnova continuamente” (451), ma ciò non la esime da una riflessione attenta, né da una pratica rinnovata.

  La crisi ambientale, infatti, nasce dalla pretesa di “esercitare un dominio incondizionato sulle cose” (461), da parte di un uomo incurante di considerazioni di ordine morale – un’espressione di quel peccato che viene descritto come il tentativo umano di “forzare il suo limite di creatura” (115). È una realtà che si manifesta nel tempo della modernità, caratterizzato da una tendenza alla libera manipolazione della natura, come se essa offrisse quantità infinite di materie prime e risorse, sempre rigenerabili. Essa non va vista, comunque, come una diretta conseguenza della scienza e della tecnica, ma piuttosto come espressione di “un’ideologia scientista e tecnocratica” (462). Al contrario, laddove “prevalga l’etica del rispetto per la vita e la dignità dell’uomo, per i diritti delle generazioni umane presenti e di quelle che verranno”, allora il rapporto tra scienza ed ambiente può declinarsi in senso positivo: “la tecnologia che inquina può anche disinquinare, la produzione che accumula può anche distribuire equamente” (465).

  Per guardare oltre la crisi ambientale, allora, è essenziale ritrovare una concezione equilibrata della natura, lontana da divinizzazioni che dimenticherebbero la “differenza assiologica e ontologica tra l’uomo e gli altri esseri viventi” (463), ma anche da una sua completa secolarizzazione. La fede cristiana – memore dell’esperienza francescana e benedettina - riconosce, invece, “nelle creature che circondano l’uomo altrettanti doni di Dio da coltivare e custodire con senso di gratitudine verso il Creatore”, testimoniando di “una sorta di parentela dell’uomo con l’ambiente creaturale” (464). È una prospettiva che sembra tornare attuale nell’attenzione per la relazione vitale di armonia che “i popoli indigeni hanno con la loro terra e le sue risorse”, nella quale si esprime “una dimensione fondamentale della loro identità” (471). La loro esperienza è insostituibile per tutta l’umanità ed anche per questo i loro diritti “devono essere opportunamente tutelati” (471).

  In questo quadro appare pure in tutta la sua rilevanza il principio di solidarietà fra le generazioni, che interpella quelle presenti da parte di quelle future (467). Si tratta di un’indicazione di ampia rilevanza, analizzata anche in relazione ad altre questioni, ma che va applicato soprattutto “nel campo delle risorse della terra e della salvaguardia del creato, reso particolarmente delicato dalla globalizzazione, la quale riguarda tutto il pianeta, inteso come un unico ecosistema” (367)[12].


Articolare la responsabilità
  L’ambiente è, dunque un bene globale, collettivo, la cui tutela costituisce una sfida per l’umanità intera – per la Comunità internazionale, come per i singoli Stati (468) – che si articola su diverse dimensioni.

  Un primo elemento è l’esigenza che esso trovi “una traduzione adeguata a livello giuridico”: c’è un fondamentale “diritto ad un ambiente sano e sicuro”, in cui i cittadini non siano esposti ad agenti tossici ed inquinanti. (468). Tale diritto si tradurrà, dunque, in azioni volte a disciplinare l’uso delle risorse ambientali ed a fissare “sanzioni per coloro che inquinano”, anche se il suo contenuto potrà, in effetti, emergere solo tramite una “graduale elaborazione” (468).

  Accanto alla dimensione giuridica, per la salvaguardia dell’ambiente fondamentale è quella economica e numerosi sono qui i rimandi al capitolo VI, dedicato al lavoro umano. “Le risorse naturali sono limitate e alcune non sono rinnovabili” (470) e’, quindi, le esigenze dello sviluppo devono tener conto anche dei costi ambientali (470), per realizzare una “complementarietà (…) tra la crescita economica e la compatibilità ambientale dello sviluppo” (319). Tale prospettiva, però, non potrebbe “essere assicurata solo sulla base del calcolo finanziario di costi e benefici”: “l’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere adeguatamente” (470). Né l’impresa può limitarsi al perseguimento del profitto: la sua vocazione include anche il dovere di “tendere ad un’’ecologia sociale’ del lavoro e contribuire al bene comune anche mediante la salvaguardia dell’ambiente” (340).

  Un particolare impegno della ricerca scientifica viene poi auspicato in relazione alle risorse energetiche: occorrerà continuare a cercare di “identificare nuove fonti energetiche” ed a “sviluppare quelle alternative”; per quanto riguarda l’energia nucleare, invece, si sottolinea soprattutto l’esigenza di “elevare i livelli di sicurezza” (470)


Per nuovi stili di vita: ambiente e solidarietà
  Ma accanto a responsabilità che competono a soggetti specifici per la loro attività professionale o per  ruoli pubblici che essi eventualmente rivestano, ve ne sono altre che interesano tutti, semplicemente in quanto consumatori. Gli ultimi due numeri del capitolo decimo invitano, infatti, ad “un effettivo cambiamento di mentalità, che induca ad adottare nuovi stili di vita”, in cui una solidarietà a dimensione mondiale ed una forte responsabilità ecologica giungano a determinare “le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti” (486). “Sobrietà”, “temperanza “ ed “autodisciplina”, sul piano personale e sociale appariranno così come l’espressione di una “ricerca del vero, del bello e del buono” (486). Tali pratiche potranno a loro volta essere sostenute nei credenti da un fondamentale atteggiamento gratitudine di riconoscenza nei confronti di Dio, cui lo stesso mondo creato rinvia, offrendosi “allo sguardo dell’uomo come traccia di Dio, luogo nel quale si disvela la sua potenza creatrice, provvidente e redentrice” (487).

  In nuovi stili di vita, espressivi di una “rinnovata consapevolezza che lega tra loro tutti gli abitanti della terra” (486), può pure trovare concretezza per l’esistenza di ognuno quel nesso tra salvaguardia del creato e solidarietà[13] che costituisce uno degli assi portanti  del capitolo; su di esso è opportuno soffermarsi al termine di questa esposizione. Il principio dell’universale destinazione dei beni della terra (ampiamente esplorato nei nn.171-184) viene, infatti, qui sviluppato nella sua rilevanza per i beni ambientali, che vanno essi stessi “condivisi secondo giustizia e carità” (481). C’è un nesso stretto e bidirezionale tra “crisi ambientale e povertà”: da un lato, il degrado ambientale colpisce in primo luogo i poveri, sia perché più esposti ad esso, sia perché meno dotati di risorse sufficienti a farvi fronte (482). D’altra parte, per molti paesi penalizzati da scarsità di capitali e dall’onere del debito estero, “la fame e la povertà rendono quasi inevitabile uno sfruttamento eccessivo ed intensivo dell’ambiente (482).

  Un’attenzione specifica in quest’ambito viene rivolta all’acqua, simbolo di vita, risorsa necessaria alla vita stessa e pertanto “diritto di tutti” (484). Il diritto all’acqua va considerato “universale ed inalienabile”, basato “sulla stessa dignità umana”  ed irriducibile a valutazioni quantitative di tipo puramente economico (485). Per questo, anche quando la sua gestione venga affidata a privati, l’acqua deve restare bene pubblico, da utilizzare in forme assieme razionali e solidali (485): è l’esigenza della giustizia che trova applicazione anche per le risorse ambientali.

  La forte percezione del nesso tra sviluppo, ambiente e povertà che caratterizza il CDSC non potrà, comunque essere utilizzata “come pretesto per scelte politiche ed economiche poco conformi alla dignità della persona umana (483)”. Il testo sottolinea, infatti, che “una politica demografica” può essere soltanto “parte di una strategia di sviluppo globale”, che potrà effettivamente realizzarsi solo se sarà “rivolto al bene autentico di ogni persona e dell’intera persona” (483).


Conclusione
  Abbiamo cercato in queste pagine di mettere in evidenza l’ampiezza e l’articolazione etica e teologica che caratterizza la proposta del CDSC in materia di ambiente, testimonianza dell’attenzione riservata ad un tema di cui si riconosce la rilevanza e lo spessore. Si evidenzia anche in questo la capacità della DSC di affrontare temi nuovi, la fecondità di un pensiero che sa attingere alla Scrittura ed alla Tradizione per leggere, interpretare e pensare i segni dei tempi nel loro delinearsi[14].

  Ovviamente le soluzioni proposte per le specifiche questioni ambientali – come la loro stessa descrizione sul piano linguistico - risultano spesso convergenti con quanto emerge dalle diverse etiche ambientali di diversa matrice: non sembra che il CDSC voglia disegnare un’”ecologia cristiana” distinta e contrapposta alle pratiche proposte in altre sedi. Ciò che è qui specifico è, piuttosto, il loro inserimento in un contesto concettuale che valorizza la dimensione del mondo come creazione buona, come terra donata a da Dio all’uomo perché possa abitarvi. Eccettuate alcune questioni, in generale sembra di dover affermare che, più che diverse indicazioni etiche, insomma, emergono piuttosto diversi orizzonti di senso in cui esse si collocano. Emerge una spiritualità della creazione, che arricchisce il nostro rapporto con la terra, trasformandone la nostra percezione ed il nostro vissuto.

  L’invito, che ci viene dallo stesso Giovanni Paolo II, è, insomma, ad una radicale “conversione ecologica”, ad una trasformazione del cuore e della mente, capace di discernere ciò che è buono e gradito a Dio anche nel rapporto con la sua creazione. Nel CDSC ci troviamo così chiamati ad operare come custodi e coltivatori del creato; ad essere segni e testimoni della gratuità divina al suo interno, promuovendo una relazione armoniosa con la terra. Ci troviamo convocati come responsabili del bene comune della creazione, in una solidarietà che interessa tutti i popoli della terra, come le generazioni future. Alla varietà delle dimensioni della questione ambientale ed alla sua complessità corrisponde, tra l’altro, una puntuale articolazione della responsabilità. Si intrecciano qui principi come quello di solidarietà (evocativo della dimensione globale del tema), sussidiarietà (una responsabilità che coinvolge i diversi livelli di gestione dell’autorità), giustizia (i beni ambientali, come i danni ed i rischi derivanti dalla mala gestione dell’ambiente vanno ripartiti equamente). 

  Ci troviamo, infine, invitati a “riscoprire la natura nella sua dimensione di creatura”, stabilendo con essa “un rapporto comunicativo” e cogliendone “il significato evocativo e simbolico”, fino a penetrare nel suo mistero, volgendo lo sguardo verso Dio (487). La creazione è il primo grande dono attraverso il quale Dio comunica se stesso alle sue creature; è il luogo dell’incarnazione del Figlio, che egli viene a rinnovare nell’attesa della piena liberazione della sofferenza che oggi la permea; è lo spazio in cui soffia lo Spirito divino, colui che è “Signore e da la vita”. In una pratica davvero attenta alla cura per il creato diamo espressione ad una dimensione importante della nostra fede, corrispondendo con la nostra esistenza a tale dono, che ci permette di esistere.

 


[1] Letter to the Churches. Baixada Fluminense, Brasile, Pentecoste 1992, in W.Granberg-Michaelson, Redeeming the Creation. The Rio Earth Summit: Challenges to the Churches, WCC, Ginevra 1992, pp.70-73, qui p. 70.

[2] L.Boff, Grido della terra, grido dei poveri. Per un’ecologia cosmica, Cittadella, Assisi 1996; Id., Il creato in una carezza. Verso un’etica universale: prendersi cura della Terra, Cittadella, Assisi 2000; Id., La voce dell’arcobaleno. Per un’etica planetaria ed una spiritualità ecologica, Cittadella, Assisi  2000.

[3] Rapporto del gruppo di lavoro teologico tenutosi durante l’incontro ecumenico parallelo al Summit ONU di Rio del 1992: Theology, in W.Granberg-Michaelson, Redeeming the Creation. The Rio Earth Summit: Challenges to the Churches, WCC, Ginevra 1992, pp.74-76, qui p.75.

[4] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana 2004. I riferimenti utilizzano la numerazione interna dei paragrafi.

[5] Pensiamo, in particolare, al testo della Congregazione per l’Educazione Cattolica su Orientamenti per lo studio e l’insegnamento della dottrina sociale nella formazione sacerdotale del 30 dicembre 1988.

[6] Per una presentazione del Magistero di Giovanni Paolo II in materia di ambiente si veda A.Giordano, S.Morandini, P.Tarchi, La creazione in dono. Giovanni Paolo II e l’ambiente, EMI, Bologna 2005.

[7] Sono i titoli delle sezioni III (461-465) e IV (466-487) del capitolo decimo dedicato alla salvaguardia ambientale.

[8] Si pensi che uno spazio equivalente è dedicato a “La promozione della pace” (cap. XI), mentre di poco più ampi sono capitoli dedicati ad altri due temi classici della DSC come “La vita economica” (cap. VII) o “La comunità politica” (cap. VII), che non raggiungono le trenta pagine. 

[9] Ho cercato di offrirne una presentazione d’assieme in S. Morandini, Teologia ed ecologia, Morcelliana, Brescia 2005.

[10] Significativi rimandi sono presenti, tra l’altro – oltreché nella voce “Ambiente” dell’indice analitico – anche in quelle dedicate a “Attività umana”, “Bene comune”, “Benessere”, Biotecnologie”, Collettività”, “Commercio”, “Comunità”, “Condivisione”, “Creatore”, Creazione – creato”, “Demografia”, “Dignità umana”, “Dio”, “Diritti”, “Diritto”, “Dono”, “Dovere”, “Ecocentrismo”, “Economia”, “Ecosistema”, “Etica”, ”Finanza”, “Generazione”, “Gesù Cristo”, “Giustizia”, “Globale”, “Gruppo – Raggruppamento”, “Imprenditore”, “Impresa”, “Informazione”, “Ingiustizia”, “Inquinamento”, “Interdipendenza”, “Lavoratore”, “Malattie”, “Mercato”, “Mondo”, “Morale - Immorale”, “Natura”, “Norma”, “Ordine”, “Persona umana”, “Popolazione”, “Popolo”, “Povertà, “Principio”, “Produzione”, “Questione”, “Responsabilità - Corresponsabilità”, ”Risorsa”, “Salute – sanità”, “Santità - sabntificazione”, “Scienza”, Sfruttamento”, “Sistema”, “Società”, “Solidarietà”,.”Stato”, “Sviluppo”, “Tecnica-Tecnologia”, “Terra”, “Tutela”, “Umanità”, “Uomo”, “Valore”, “Vita”.  Non sono presenti invece nell’indice voci come “Ecologia” e “Sostenibilità”, anche se al primo termine o ai suoi derivati si fa riferimento in diverse occasioni, mentre la seconda sembra essere evocata nel testo come “compatibilità ambientale” (319).

[11] Citato da Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della pace 1990, 7, AAS 82 (1990) 150.

[12] Curiosamente nell’indice analitico tale importante affermazione viene richiamata con un’espressione il cui senso non sembra identico al testo del CDSC, che abbiamo appena richiamato, ma che ha comunque una sua singolare forza teologica: si parla , infatti, di “creato, unico ecosistema”.

[13] Al principio di solidarietà sono dedicati i nn.192-196, nei quali la solidarietà viene definita “virtù sociale fondamentale” (193).

[14] Stupisce, in questo senso, l’assenza di una focalizzazione esplicita sul tema del trattamento da riservare agli animali, un tema cui già aveva dedicato attenzione il Catechismo della Chiesa Cattolica (nn.2416-2418).


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