Rivista
"ETICA PER LE PROFESSIONI"
Questioni di etica applicata
N. 3/2009
"Professioni sociali"
Editoriale
Guardando la complessità della realtà in cui viviamo, si avverte con una certa immediatezza che l’area sociale, con il campo magmatico e i confini molto incerti e flessibili che sono tipici delle pratiche sociali, negli ultimi trent’anni, si è sviluppata in modo davvero veloce e imponente. Mentre la tradizionale articolazione della nostra vita pubblica registrava, e continua tutt’oggi a registrare, un declino sia sul piano dei significati che su quello delle prassi pertinenti, il campo del sociale è cresciuto in dimensione e in capacità che non si esaurisce solo nell’ambito delle variegate espressioni economico-professionali, ma anche in quello civile e – in senso lato – in quello pedagogico-sociale.
In tutto questo scenario ha svolto certamente un ruolo decisivo la metamorfosi dell’assetto e dei servizi dello Stato Sociale assieme, per altro, alla grande mutazione della dimensione economica e finanziaria, sempre più invasiva e soffocante, non solo nei confronti delle politiche degli Stati, ma anche rispetto alla vita quotidiana delle persone. In questo grande processo di ristrutturazione e di riorganizzazione della vita pubblica (di fatto ancora in atto e dagli esiti non ben definiti), se la politica è quella che ha pagato il prezzo più alto e l’economia – almeno fino a prima della crisi attuale – quella che invece ne ha guadagnato di più, il sociale sembra essere il vasto campo in cui le persone e le associazioni di cittadinanza hanno concretizzato una controtendenza culturale, valoriale e pratica.
Per certi versi il sociale, potremmo dire, è diventato così significativo e consistente da segnalare, almeno negli ultimi tempi, perfino delle avvisaglie di una sua possibile, seppure sotterranea, esposizione a processi di strutturazione e di organizzazione tali da replicare proprio alcuni elementi negativi che hanno contribuito al declino sia della politica che dell’economia. Da questo punto di vista, si può dire che il primo nemico del sociale è proprio il suo stesso successo e la sua espansione. Questo è un punto assai delicato di fronte al quale il sociale deve iniziare a esercitare un sano discernimento al fine di non evolversi secondo schemi per l’appunto negativi sua sul piano della sua fisionomia che su quello della sua declinazione in pratiche, servizi e organizzazione professionale.
E’ probabilmente vero che questa esposizione può dipendere dalla incerta e mobile identità del sociale stesso, che ogni volta emerge come un universo di pratiche trasversali agli assetti e alle ripartizioni del tradizionale stato sociale, delle istituzioni pubbliche e della società stessa. Tuttavia, è innegabile che questa sua debolezza identitaria costituisce anche la sua forza di rigenerazione del legame sociale, del capitale sociale, della prassi del riconoscimento e della stessa sfera valoriale e operativa delle professioni sociali.
L’etica delle professioni, come cerca di mostrare da sempre e instancabilmente la nostra rivista, rappresenta una realtà estremamente significativa e fruttuosa per la vita personale e per quella collettiva, proprio perché testimonia in presa diretta che l’etica non è una “etichetta” buonista che si appiccica dal di fuori, ma cova come una brace per così dire dall’interno stesso della pratica professionale, qualunque sia il campo del suo concretizzarsi. Le professioni sociali aggiungono a questa denotazione di base una ulteriore esplicitazione: costruiscono “relazioni” attente a non strumentalizzare le persone e salvaguardano il valore fondamentale che è la fiducia. Favorendo il dialogo e l’incontro tra le persone, i gruppi, le famiglie, le comunità, le diverse forme di aggregazione sociale, esse riescono a riannodare i fili della vita comunitaria e sociale e lo fanno – ed è quel che più conta – in maniera non artificiosa, ma quasi naturale. Per questo le professioni sociali in primis sono chiamate a una autentica “professionalità della cura”, attenta a evitare un professionalismo fine a sé stesso, magari animato da un pericoloso managerialismo.
Le professioni del sociale, di fatto, non possono stare in piedi se non dando forma quotidianamente nella relazione personale, comunitaria e istituzionale a quel processo di umanizzazione che rappresenta sempre un fine che porta a piena fioritura il riconoscimento della dignità dell’essere umano e prima di tutto di quello ferito e/o “scartato” dalla stessa nostra cinica organizzazione della vita. Lo Stato democratico, da parte sua, porta a compimento la sua propria missione costituzionale nel momento stesso in cui non mortifica queste professioni, né le lascia nell’incertezza di una delega a tempo o nella mera funzione di “tappabuchi”, bensì le riconosce, le legittima e le abilita ad agire nella vita sociale come insieme di strategie volte alla edificazione di una convivenza più giusta e attenta a creare le condizioni affinche tutti – e prima di tutto i più deboli – possano dare, secondo le rispettive capacità, un contributo unico ed essenziale alla vita sociale.
Il Direttore
Lorenzo Biagi