Rivista "ETICA PER LE PROFESSIONI"
Questioni di etica applicata
N.
3/2007
"Fiscalità e
bene comune"
Editoriale (anche in PDF)
Non
è facile affrontare in modo pacato e
obiettivo la questione della fiscalità,
specie quando si tenda a interpretarla, con
una certa dose di semplificazione, nei termini
di un mero contrasto tra Stato e cittadino.
Le reciproche accuse, le rivendicazioni, la
sottolineatura delle inadempienze rientrano
in una strategia che in definitiva è condivisa
da entrambi i contendenti, al di là di obiettivi
ovviamente differenti. In Italia il livello
dell’evasione fiscale raggiunge ancora vette
stratosferiche, che non trovano il benché minimo
riscontro in nessun altro Paese liberal-democratico,
europeo o americano che sia; molti evadono o
eludono confidando nella scarsità e nella lentezza
dei controlli o nell’arrivo, prima o poi, di
qualche condono; altri si sentono legittimati
ad assumere comportamenti “in-civili” (nel senso
che non sono degni del “civis” - cittadino
- che partecipa del bene della vita comune),
oltre che moralmente esecrabili, appellandosi
all’inadeguatezza e all’inefficienza dei servizi
erogati dallo Stato.
Non sempre viene assicurata a tutti i cittadini,
soprattutto se privi di conoscenze tecniche,
un’informazione semplice e corretta in materia
tributaria, come vorrebbe lo Statuto dei diritti
del contribuente (artt. 5-6): norme complesse,
spesso poco chiare, rendono obiettivamente arduo
il compito del contribuente, ancorché assistito
da un professionista coscienzioso e preparato;
non solo: la non completa attuazione dell’istituto
della compensazione, i ritardi nel rimborsare
i crediti fiscali e piú in generale un’imposizione
molto elevata, anche perché gravante sui cittadini
onesti (per virtú o per necessità) che si trovano
a dover pagare anche al posto dei “furbi”, sono
motivi piú che comprensibili di insoddisfazione
e di malcontento.
Eppure, impostare cosí la questione, nei termini
di una semplice contrapposizione tra Stato e
cittadini, appare essere riduttivo. Si va dicendo
che il “patto fiscale” in Italia si è rotto;
ma forse dovremmo aggiungere che la rottura
di questo patto è ancor prima la testimonianza
del venir meno di un altro patto, piú importante
e originario, il “patto sociale” tra i cittadini
stessi. L’imposizione fiscale, che ciascuno
di noi vorrebbe fosse contenuta, senza alcuna
legittimazione di sprechi e sperperi da parte
dell’amministrazione pubblica, è in verità il
riconoscimento delle ragioni fondanti del nostro
vivere assieme, in una comunità libera e solidale.
Sono tanti i motivi alla base della rottura
del patto fiscale; ma forse quelli piú importanti
risiedono nel fatto che non si sa piú quale
sia il tipo di società nella quale si vuol vivere
e prosperare. La fiscalità, dunque, almeno in
una prospettiva non puramente individualistica,
ha senso solo in riferimento al bene comune;
per questo l’attuale crisi della fiscalità evidenzia
una piú profonda crisi della politica e della
democrazia, e quindi del venir meno di un ethos
condiviso.
E' difficile cogliere la rilevanza di questa
relazione, specie quando si è mossi da una logica
individualistica, che induce a giustificare
la legittimità di un esborso da parte del cittadino
solo quando ne abbia un guadagno personale diretto
e immediato in termini di un qualche servizio
di cui usufruire individualmente o per la propria
parte (famiglia, gruppo, clan, …). In altri
termini: pago le tasse solo se lo Stato mi dà
servizi che siano validi ed efficienti (ovviamente
sono io a decidere sulla qualità e sull’efficienza
dei servizi forniti).
Non è questa la logica della nostra Costituzione
né, a dire il vero, la logica difesa da ampie
e accreditate correnti del pensiero filosofico-politico
e giuridico, come ben argomenta l’intervento
di Franco Gallo. La Costituzione all’art. 53
stabilisce che tutti devono «concorrere alle
spese pubbliche in ragione della loro capacità
contributiva»; inoltre, afferma che il sistema
tributario deve conformarsi a «criteri di progressività».
Capacità contributiva e progressività vanno
poi finalizzati ai «doveri inderogabili di solidarietà
politica, economica e sociale» (art. 2). Ed
è sempre l’art. 2 a tenere strettamente uniti
«diritti inviolabili» e «doveri inderogabili»,
a ricordare che i primi non possono essere tutelati
adeguatamente se non sono sostenuti dai secondi
(incluso anche il dovere tributario). La crisi
del patto fiscale o, meglio, del patto sociale
passa oggi attraverso la divaricazione tra diritti
e doveri, con dinamiche culturali e sociali
spesso contraddittorie e demagogiche, quasi
che una richiesta sempre crescente di servizi
e maggiori tutele non dovrebbe comportare, chissà
in forza di quale magia, anche un aumento dei
relativi costi. Lungi dall’essere inteso come
semplice pedina di scambio tra il contribuente
e lo Stato erogatore di servizi, il dovere tributario
è allora espressione del dovere di solidarietà,
senza il quale non possono essere tutelati appieno
i diritti propri e di ciascuno.
Il Direttore
Antonio Da Re