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RIVISTA

Rivista "ETICA PER LE PROFESSIONI"
Questioni di etica applicata

N. 3/2006

"Etica e ricerca scientifica"




Editoriale

Se si guarda a quanto e a come si sia lottato, e alla fine legiferato, a livello internazionale, comunitario e nazionale - a partire dal secondo dopoguerra ad oggi - in tema di parità e di pari opportunità tra donne e uomini, non si può negare che di strada se ne è fatta molta. Dal 1945 (diritto di voto alle donne) ad oggi (codice delle pari opportunità, 2006) troviamo affermati tutti quei diritti-doveri fondamentali che impegnano ogni comunità, che dir si voglia civile e democratica, nella ricerca e nella tutela della pari dignità e nel rispetto del valore di ogni persona. Il 2007, poi, è stato proclamato dalla Comunità Europea “Anno europeo delle pari opportunità per tutti”. Ma a questa parità giuridica, tuttavia, sembra di poter affermare, senza timore d’essere smentiti, che non sia corrisposta ancora una piena e reale parità culturale. Adire, con altre parole, che la parità non è ancora davvero patrimonio collettivo condiviso e consolidato.
Prova ne sono il fatto che anche piú recenti statistiche (cfr. l’ultimo rapporto Istat su "Essere madri in Italia, 2005", ma anche lo stesso rapporto Unicef 2007) confermano che la discriminazione di genere e lo stesso empowerment delle donne sono riconosciute come le sfide principali che ancor oggi necessitano di attenzione e di soluzione. Non è banale né scontato, dunque, interrogarsi, su quali siano le problematiche aperte e le questioni etiche collegate al rapporto “donne e lavoro”.
Basti pensare che ancor oggi, quasi ovunque, le donne percepiscono, per lo stesso lavoro, uno stipendio inferiore rispetto agli uomini; a margine di un aumento di scolarità femminile non corrisponde un proporzionale inserimento lavorativo, tantomeno a livello dirigenziale; ancora scarsa e incompleta rimane la rappresentanza femminile in campo amministrativo e politico; diffuse permangono le penalizzazioni e le discriminazioni legate alla maternità e alla cura della famiglia; rimane la difficoltà di conciliare il tempo di attività lavorativa con quello della vita; senza dimenticare tutte le condizioni di violenza e di discriminazione in relazione alla salute, all’istruzione, all’autonomia economica, che troppe donne ancora subiscono, anche nel nostro Occidente.
Appare chiaro, dunque, che il tema delle pari opportunità nel lavoro non è separabile da quello degli altri temi della famiglia, dell’organizzazione sociale e della gestione della politica. Dopo l’iniziale fase “rivendicativa” è tempo di muoversi sempre piú verso il recupero delle identità e delle specificità di genere, restituendo potenzialità e ruolo alla risorsa della “differenza”. La qualità del vivere, infatti, e una reale parità sono assicurate proprio dalla possibilità di recuperare un pensiero e una azione che sappia comporre le diversità, piuttosto che dall’affermazione di specificità disgiuntive. Occorre promuovere una “logica di rete”, cioè fare in modo che ogni soggetto, ogni persona, si riconosca e si percepisca come un nodo della rete complessa della realtà.
E questo significa riconoscere e valorizzare identità e diversità da promuovere, tutelare, accrescere nella logica di rete e, ancora, favorire la narrazione di biografie secondo una prospettiva dialogica e inclusiva. Diversamente, si attuerebbe semplicemente una omologazione ai modelli maschili, capace, alla fine, di generare solo nuove e piú drammatiche discriminazioni. La differenza, intesa come risorsa, consente di recuperare identità e specificità di genere come ricchezza in ogni àmbito, privato e pubblico.
Ciò che serve - volendo non rendere sterile o scontato il riflettere su un tema tanto dibattuto - è una vera e coerente "rivoluzione culturale", capace di tradurre i diritti di parità nella vita quotidiana di ciascuna persona, nella famiglia, nell’àmbito di lavoro, nell’organizzazione della società. Servono, oggi finalmente, scelte politiche in grado di realizzare una riorganizzazione sociale non solo annunciata da solenni documenti o da ineccepibili legislazioni, consentendo alla famiglia di ritrovare e di vedere effettivamente ed efficacemente riconosciuto il proprio ruolo sociale. Vanno riconosciute e incoraggiate nuove modalità di organizzazione del lavoro (flessibilità dell’orario, telelavoro, …), nonché promosse azioni di sostegno alla fecondità e alla famiglia (bonus di maternità/paternità, …). È da queste concrete attenzioni, piú che da generiche enunciazioni di principio, che la famiglia e le persone possono trarre un aiuto effettivo. In una prospettiva che guarda alle differenze di donne e uomini come ad elementi di ricchezza e non di discriminazione.

Il Direttore
Antonio Da Re

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