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RIVISTA

Rivista "ETICA PER LE PROFESSIONI"
Questioni di etica applicata

N. 3/2005

"Etica e non profit"




Editoriale

Il titolo scelto per il dossier potrebbe suscitare qualche perplessità. Si potrebbe eccepire, infatti, sull'opportunità di accostare il termine "etica" all'espressione "non profit", che come tale sembra già, di per se stessa, evocare il riferimento a solide motivazioni ideali e morali e il perseguimento di obiettivi nobili, che vanno dalla lotta contro le varie forme di emarginazione e disagio, all'aiuto concreto verso le persone più deboli e in difficoltà, dalla promozione della partecipazione sociale, dello sport dilettantistico, della cultura nelle sue varie espressioni, alla difesa del territorio, dei beni artistici e culturali, ecc. Sia l'ispirazione ideale che gli scopi perseguiti sembrano, quindi, contraddistinguere un'agire eticamente qualificato.
Si potrebbe, poi, eccepire anche sull'opportunità di assumere la locuzione "non profit" e non ad esempio la categoria, ormai affermatasi ben al di là del piano strettamente scientifico, di "Terzo Settore", per significare quelle realtà, dalle organizzazioni di volontariato, alle cooperative sociali, alle ONG, alle associazioni prosociali di varia natura, alle imprese sociali, alle fondazioni, che nella sfera sociale si qualificano con una loro specificità e autonomia nei confronti sia della dimensione pubblica e statuale che di quella del mercato. In fin dei conti, non profit indica più il mezzo, che non il fine, delle organizzazioni appunto del Terzo Settore: il fine è rappresentato dall'"interesse generale", che seguendo la logica della sussidiarietà viene costantemente ricercato attraverso lo scambio di beni e servizi di utilità sociale; ed è rispetto a questo fine che acquista un significato positivo anche l'esclusione del lucro e del profitto.
Ma allora, perché parlare di "etica e non profit"? Perché - è la risposta che la redazione propone - si tratta di un binomio che non è affatto scontato. Il far parte di organizzazioni non profit non è una garanzia sufficiente per qualificare in senso etico la propria attività, sia essa volontaria o professionale, retribuita oppure no. Anche in questo ambito ci possono essere comportamenti e azioni piú o meno eticamente contrassegnati; anche qui si possono presentare esempi di scorrettezza sul piano deontologico e di superficialità e inadeguatezza sul piano più propriamente etico. Non sempre vi è piena consapevolezza dei risvolti etici che accompagnano l'attività delle organizzazioni non profit, risvolti che spesso nascono da problematiche inedite, come emerge dalle riflessioni che ospitiamo sulle figure del cooperante, del selezionatore del personale, del fundraiser, dell'imprenditore sociale.
Vi è, poi, un altro motivo che induce a non dare per scontato l'accostamento del termine "etica" a quello di "non profit", ed è la visione distorta che spesso accompagna la comprensione della realtà del Terzo Settore come pure di quella for profit. Secondo quest'ottica, spesso non esplicitata ma inconsapevolmente diffusa, il for profit sarebbe sinonimo di efficienza, di efficacia economica, di capacità gestionale mentre il non profit garantirebbe al meglio le esigenze dell'etica. È una visione del tutto inaccettabile, perché induce implicitamente a ritenere che le organizzazioni del Terzo Settore possano - come dire - transigere sulla considerazione dei requisiti dell'efficienza economica e organizzativa, quasi che le motivazioni e le finalità etiche non abbiano bisogno anche di tali requisiti; e, al contrario, si lascia intendere che le organizzazioni economiche mosse dalla ricerca del profitto non debbano conformarsi a particolari obblighi di correttezza deontologica ed etica.
Questa spartizione dei campi è deleteria ed è fondata su una concezione dell'etica come dimensione residuale, fondamentalmente privata, che al più può coinvolgere realtà dai forti legami identitari e comunitari, come ad esempio la famiglia o le organizzazioni del Terzo Settore, ma non può pretendere di intaccare i rapporti duri e spessi del mercato. È venuto il momento, invece, di considerare le organizzazioni non profit come un soggetto centrale della dinamica sociale ed economica e non semplicemente come uno strumento per ovviare alle carenze gestionali e finanziarie del welfare state: la sfida è di riuscire a incidere in profondità sul modo d'essere sia delle istituzioni statuali e politiche che di quelle economiche. È ovvio che questo salto di qualità non deriverà solo dalle scelte del mondo non profit; ma, certo, molto dipenderà dalla sua lungimiranza e dalla capacità di salvaguardare e di accrescere la propria autonomia, svincolandosi da un rapporto privilegiato se non esclusivo con le amministrazioni pubbliche e rinunciando a dipendere, per la propria sopravvivenza, da strumenti comodi, ma limitanti, quali sono quelli usuali della convenzione e del contributo.


Il Direttore
Antonio Da Re

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