Rivista "ETICA PER LE PROFESSIONI"
Questioni di etica applicata
N.
3/2004
"Agricoltura sostenibile"
Editoriale
Il
mondo dell’agricoltura ha conosciuto negli ultimi
tempi trasformazioni radicali, delle quali si
potrebbe rendere sinteticamente conto attraverso
alcune semplici espressioni: sicurezza, qualità,
tipicità. Attorno a questi termini ruota il
presente e il futuro dell’agricoltura, che si
sta affrancando da modelli produttivi e organizzativi
oramai desueti. Ed è sempre a partire da questi
termini che è possibile interpretare l’evolversi
dei lavori e delle professioni rurali tradizionali
(si pensi, per esempio, alle cosiddette colture
biologiche, alle esperienze dell’agriturismo
o delle fattorie didattiche, alla certificazione
biologica, ecc.).
Non vi è dubbio che l’attenzione sempre piú
marcata dell’opinione pubblica verso il settore
primario sia stata provocata da gravi scandali
alimentari, che hanno sollevato gravissime preoccupazioni
sulla salubrità dei cibi che finiscono sulle
nostre tavole. Sarebbe un’operazione complessa
cercare di capire come si sia potuti giungere
a una vera e propria eterogenesi dei fini, per
la quale ciò che dovrebbe garantire, attraverso
la coltivazione della terra e l’allevamento
degli animali, il sostentamento dell’uomo si
sia trasformato in una minaccia pericolosa per
la sua vita. E la causa di tale perversione
può essere rintracciata, certo, in un atteggiamento
predatorio dell’uomo verso la natura e verso
gli altri esseri viventi, nella ricerca esasperata
della produttività e del profitto.
L’altra faccia della medaglia, è rappresentata
dall’offerta al consumatore di prodotti di scarsa
qualità, poco gustosi, se non addirittura nocivi.
I consumatori hanno cosí scoperto, sulla propria
pelle, come l’agricoltura, percepita sino a
qualche anno fa come attività residuale, debba
riacquistare una rilevanza centrale. Una centralità
che non si potrebbe giustificare immediatamente
in termini occupazionali, benché non siano state
ancora esplorate appieno tutte le potenzialità
di settori quali quello alimentare o quello
turistico, ma che deriva, piuttosto, dalla presa
d’atto della necessità di cercare nuove modalità
produttive, maggiormente orientate a obiettivi
qualitativi e sostenute da tecniche di coltivazione
e di allevamento a minore impatto ambientale
e sociale.
La ricerca della qualità si coniuga giocoforza
con la riscoperta della tipicità dei prodotti.
Il fenomeno della valorizzazione delle proprie
produzioni tipiche ha oramai assunto dimensioni
vastissime e va ben al di là della necessaria
definizione di marchi sia nazionali sia europei.
Il prodotto tipico allude a un bene particolare,
di origine naturale o animale, che è stato sapientemente
trasformato dal lavoro dell’uomo, che proviene
da un ben definito spazio geografico, che ha
una sua storia densa di significati, che è carico
di valenze culturali, sia materiali che extramateriali,
e che ovviamente si propone anche come un bene
economicamente redditizio.
Salvaguardia della sicurezza, ricerca della
qualità, valorizzazione della tipicità costituiscono
alcuni requisiti irrinunciabili di un’agricoltura
“sostenibile”, sia sul piano ambientale che
sociale. A fondamento di ciò è possibile cogliervi
un’originale declinazione della cosiddetta ”etica
della terra”, espressione tanto utilizzata da
alcune correnti ecologiste. Una tale etica non
potrà crescere nel segno di quell’antropocentrismo
esasperato, predatore e violento, che ha determinato
guasti talora irreparabili. D’altra parte, non
è nemmeno immaginabile sostituire alla figura
dell’uomo sovrano e signore, la figura di un
uomo come essere pari agli altri esseri, ganglio
di una rete che, nel cerchio della vita, collega
tra loro tutti gli esseri viventi.
All’antropocentrismo estremo e predatore non
può sostituirsi un biocentrismo, nel quale il
centro viene ora a essere la vita, qualsiasi
essa sia, umana, vegetale o animale. Tale visione,
contraddistinta da una sorta di egualitarismo
biologico, oltre a essere teoreticamente problematica,
risulta contraddire l’idea e la pratica stessa
dell’agricoltura. Sin dai suoi albori l’agricoltura
è, infatti, segnata dalla capacità trasformatrice
dell’uomo sull’ambiente naturale e dal rapporto
con gli altri esseri viventi. Questa interazione
potente, attraverso la quale l’uomo, poi, è
giunto ad autocomprendersi attraverso le scansioni
delle stagioni, i ritmi della vita dei campi,
le simbologie naturali, richiede ancor oggi
l’intervento dell’uomo. Un intervento che, però,
dev’essere responsabile, attento ai ritmi e
ai tempi della natura, rispettoso della biodiversità,
capace di preoccuparsi del benessere degli animali,
ancorché della salute, della sicurezza e della
qualità di vita stessa dell’uomo.
Il Direttore
Antonio Da Re