Rivista
"ETICA PER LE PROFESSIONI"
Questioni di etica applicata
N. 2/2009
"Crisi: sfide e nuove opportunità"
Editoriale
Da quando la
crisi mondiale in atto è venuta alla luce in tutta la sua portata si è
fatta presente, seppure timidamente tra tanti altri interrogativi, una
domanda provocatoria: la crisi che stiamo attraversando può essere
affrontata come una opportunità, anzi, di più, come l'occasione
favorevole per imprimere una direzione diversa alla vita di ciascuno e
a quella sociale?
Non sono mancati, a questo proposito, sostenitori, anche autorevoli,
esplicitamente impegnati ad avvalorare tale domanda controcorrente.
"L'attuale crisi economica globale va vista anche come un banco di
prova: siamo pronti a leggerla, nella sua complessità, quale sfida per
il futuro e non solo come un'emergenza a cui dare risposte di corto
respiro? Siamo disposti a fare insieme una revisione profonda del
modello di sviluppo dominante, per correggerlo in modo concertato e
lungimirante? Lo esigono, in realtà, più ancora che le difficoltà
finanziarie immediate, lo stato di salute ecologica del pianeta e,
soprattutto, la crisi culturale e morale, i cui sintomi da tempo sono
evidenti in ogni parte del mondo". Proprio così, infatti, si
interrogava pubblicamente Benedetto XVI all'inizio dell'anno.
Per contro, l'impressione che sta guadagnando le coscienze in queste
ultime settimane si attesta invece sul versante del "ritorno al sistema
di prima". Per molti l'idea di uscire dalla crisi viene a coincidere
con il ripristino di quanto si faceva prima, dimenticando che proprio
ciò a generato al crisi stessa. Si sta affermando la propensione ad
aggirare il banco di prova della crisi, preferendo risposte di corto
respiro. E tutto ciò appare ancor più vero se il presidente Obama a
metà settembre, intervenendo a Wall Street, ha affermato che se anche
ci fosse "qualcuno nell'industria finanziaria che sta ignorando la
lezione del "Crack Lehman Brothers",
(...) non torneremo ai giorni dei comportamenti irresponsabili e degli
eccessi incontrollati". A fronte di questa tendenza, diviene ancora più
opportuno e più urgente mantenere aperta la domanda iniziale e
argomentare in merito alla crisi come occasione di discernimento e di
nuova progettualità, che richiedono, invece, nuovi sforzi di
comprensione unitaria e "una nuova sintesi umanistica".
Il lettore, nelle pagine che seguono, troverà elementi per questo
discernimento e per la nuova sintesi attesa. Da osservatori diversi,
seppure tra loro complementari, egli può trovare elementi - è il nostro
obiettivo - per andare oltre la superficie e la schiuma che già in
questi mesi si è addensata sulla crisi stessa, fino a renderla quasi
inintelligibile. In questo momento, riteniamo che siano necessarie solo
letture schiette, animate da sincera franchezza, attente ad evitare
giri e pregiudizi ideologici, perché di fronte alle dimensioni di una
crisi che ci vede tutti coinvolti, è bene evitare affermazioni o
posizioni ingannevoli o fuorvianti.
Una tale franchezza, scomoda e talvolta spietata, è motivata proprio, e
unicamente, dalla ricerca del "bene comune" - termine ultimamente tanto
inflazionato e insieme estenuato -, che si mostra come l'unico
orizzonte capace di rigenerare fiducia, responsabilità, cooperazione e
promozione delle persone. In altre parole, a sostenere questo
discernimento, vi è una sincera preoccupazione per l'uomo, per il
destino dell'umanità, per i beni comuni del creato, per una giustizia
sociale effettiva, per una umanità che si vorrebbe vedere orientata
verso altri fini, altre mete, altri scopi, con altri metodi e altri
stili di vita.
L'orientamento complessivo che si viene a profilare dalle pagine di
questo dossier è essenzialmente questo: dalla crisi si può uscire, se
cambiati, se rinnovati. Innanzitutto, occorre ritrovare il senso della
misura e una forma di vita sostenibile e responsabile, anche oltre i
confini del proprio io. L'economia va rimessa al suo posto: un'economia
perfetta, dove individui razionali interagiscono in mercati perfetti,
non esiste. Ma l'economia deve rinascere su basi nuove: sarà più umana
e meno affascinante, direbbe Paul Robin Krugman, premio Nobel per
l'economia nel 2008. La felicità va ricercata nella convivialità
piuttosto che nell'accumulazione avida e nella consumazione frenetica.
Tutto ciò implica "una seria decolonizzazione dei nostri immaginari",
non più impossibile, poiché la crisi stessa può veramente creare le
condizioni per un nuovo orizzonte antropologico e sociale.
In questa prospettiva diventa evidente che la sollecitudine etica
condivisa risiede nell'intreccio tra la dimensione personale e la
dimensione strutturale o sistemica. Si deve intervenire in maniera
dialettica su entrambi i fronti: nessuno dei due da solo è sufficiente
per uscire cambiati dalla crisi. L'etica professionale declinata come
"render-si conto" e "rendere conto" va composta assieme all'etica del
sistema (economico, finanziario, bancario, commerciale ...), impegnata
a investire volontariamente nella messa in valore della persona, del
lavoro, della qualità della vita, di uno sviluppo sostenibile e di un
consumatore socialmente responsabile. Non sappiamo ancora se questa
sfida sarà raccolta, ma siamo spinti ad avere "fiducia" che lo sarà, in
primo luogo a cominciare da noi stessi, dalla nostra professione e ...
per il nostro ambiente di vita.
Il Direttore
Lorenzo Biagi