Rivista "ETICA PER LE PROFESSIONI"
Questioni di etica applicata
N.
2/2005
"Senso del lavoro"
Editoriale
Gli
studi di sociologia del lavoro e delle professioni
concordano nel rilevare che l'odierna divisione
sociale del lavoro è profondamente diversa da
quella che avevamo conosciuto negli ultimi due
secoli. Alla divisione sociale imperniata sulla
dicotomia padrone-operaio (prima rivoluzione
industriale) e a quella che ruotava attorno
alla differenza tra colletti bianchi e tute
blu, secondo il modello tayloriano-fordista
fortemente gerarchico e con una determinazione
assai precisa e rigida di mansioni e compiti
(seconda rivoluzione), ha fatto seguito un'organizzazione
del lavoro assai diversa, con il proliferare
di nuovi ruoli lavorativi e professionali, inseriti
in una struttura meno gerarchica, meno rigida,
piú autonoma e flessibile (terza rivoluzione).
Se in precedenza, per descrivere la struttura
del lavoro, si evocava l'immagine della "macchina",
ora la metafora più appropriata sembra essere
quella della "rete". Tale trasformazione radicale
è accompagnata dall'emergere di nuova soggettività
del lavoro, ovvero di un nuovo modo di comprendere
la propria esperienza lavorativa e professionale.
Ora il soggetto che lavora è in genere più consapevole
ed esigente, meno vincolato. L'esigenza di una
maggiore responsabilizzazione e creatività è
chiaramente presente nella scelta di molte persone
di esercitare il proprio lavoro in forma autonoma
o atipica, ma spesso è rintracciabile anche
in coloro che lavorano come dipendenti e che
ciononostante si percepiscono, almeno in parte,
come autonomi professionalmente.
È questo un nuovo modo di dare senso al proprio
lavoro, in cui gli aspetti qualitativi vengono
privilegiati rispetto a quelli quantitativi,
in cui il lavoro non è piú abbandonato a una
prospettiva puramente strumentale, come modalità
per procacciarci il necessario per vivere, o
peggio, a rappresentazioni religiose punitive,
in cui risalta come esclusivo l'elemento della
fatica, che pure è sempre in qualche misura
presente. Una decina d'anni fa, in un fortunato
libro Jeremy Rifkin annunciò profeticamente
la "fine del lavoro" e preconizzò un'epoca di
crescita senza lavoro, resa possibile dalle
straordinarie trasformazioni tecnologiche e
informatiche. L'enorme disponibilità di tempo
libero avrebbe finalmente permesso agli individui
di realizzarsi personalmente e socialmente,
coltivando attività piacevoli e gratificanti
quali il gioco, lo sport, la cura degli affetti,
l'arte, il volontariato, e via dicendo.
È lecito dubitare della plausibilità di una
simile visione utopica, come pure di quella
ricerca di autonomia soggettiva nel lavoro,
rispetto alla quale si può far valere il detto
che "non è tutto oro quel che luccica". In verità
non c'è stata alcuna fine del lavoro. Si sono
creati nuovi posti di lavoro, ma spesso con
bassa professionalità e scarsa retribuzione;
il lavoro flessibile in molti casi è diventato
sinonimo di precarietà e di mancanza di tutele
(non può non preoccupare il dato che il 90 %
dei lavoratori atipici in età compresa tra i
18 e i 39 anni siano celibi, perché evidentemente
in una situazione di insicurezza esistenziale
non sono in grado di poter progettare il proprio
futuro); la linea di demarcazione tra lavoro
e tempo libero si è fatta piú incerta: proprio
grazie agli strumenti informatici siamo continuamente
raggiungibili, di modo che il nostro tempo di
lavoro con il fax, il telefonino e la posta
elettronica si prolunga anche quando siamo a
casa o in vacanza. Semmai il lavoro di cui è
stata decretata la fine è quella costruzione
ideologica e sociale che prende forma nell'Ottocento,
e che via via diviene realtà totalizzante e
pressoché esaustiva dell'essere uomini, oltre
che, in forza dell'influsso esercitato dal marxismo,
fattore potente di emancipazione individuale
e collettiva. Tuttavia, per contrastare una
simile visione, non è di grande aiuto affidarsi
a un'indebita esaltazione del tempo finalmente
liberato dal gravame del lavoro.
Sia la sopravalutazione del lavoro, come pure
la sua sottovalutazione, sino ad auspicarne
persino la scomparsa, come se esso fosse una
semplice variante storica e contingente dell'essere
dell'uomo, sono posizioni estreme che non permettono
di coglierne l'autentico senso e valore, oltre
che il suo limite intrinseco. Si fa fatica a
trovare un senso al proprio lavoro quando di
esso si ha una rappresentazione inadeguata;
l'esaltazione e la svalutazione rinviano, infatti,
a un'antropologia riduttiva, perché l'uomo è
un essere che lavora, ma non è solo questo.
In tale prospettiva interrogarsi sulle motivazioni
e sul senso significa sollevare una domanda
che non concerne solo l'essenza del lavoro o
l'essere di chi lo pratica (il lavoratore),
ma ancor prima l'essere stesso dell'uomo.
Il Direttore
Antonio Da Re