Rivista "ETICA PER LE PROFESSIONI"
Questioni di etica applicata
N.
2/2003
"Etica e disabilità"
Editoriale
Quasi
il 10 per cento della popolazione europea (circa
38 milioni di persone) soffre di disabilità.
Proprio a queste persone l'Unione Europea ha
voluto dedicare l'anno 2003, con lo scopo di
sensibilizzare l'intera opinione pubblica e
riuscire a rimuovere gli ostacoli ambientali
e culturali e a promuovere una piena partecipazione
sociale. Dalla metà degli anni Sessanta di cammino
se n'è fatto, a livello internazionale, nel
tentativo di riconoscere i diritti fondamentali
e di garantire pari opportunità a coloro che
venivano chiamati "handicappati" o "menomati"
o "portatori di handicap" o "disabili" o, quantomeno,
"non normodotati".
Rimane difficile, a tutt'oggi, trovare censimenti
o dati statistici sufficientemente attendibili
sul numero delle persone con disabilità; piú
difficile ancora appare, nonostante il lavoro
dell'Organizzazione Mondiale della Sanità nella
Classificazione Internazionale delle Menomazioni,
Disabilità e Handicap, trovare unanimità concettuale
e lessicale intorno al problema. Ma piú che
di un imbarazzo linguistico, si tratta, probabilmente,
di un disagio culturale che ancora irretisce
gran parte della collettività: la difficoltà
di misurarsi con la sofferenza, con il limite,
con il diverso.
Eppure, ascoltando narrazioni incredibili di
persone incollate da sempre a una sedia a rotelle
o rassicurate solo dal fiuto fedele di un cane
o dipendenti esclusivamente da eccezionali soluzioni
tecnologiche o assistite principalmente dalla
dedizione di persone care, non è difficile intuire,
anzi capire, che proprio il "limite" ha tutte
le potenzialità per diventare opportunità: lo
svantaggio può trasformarsi in "capacità". Al
contrario, se il limite non viene identificato,
accettato, confrontato, elaborato, condiviso
si devia nella finzione. Essere persona nella
corporeità, di fatto, altro non è che scoprirsi
avvolti in un orizzonte di finitudine, di limitatezza,
di "disabilità". Essa si esprime in un piú forte
desiderio di non-finito, che si trasforma in
volontà tenace, che si traduce in richiesta
di relazionalità, che si concretizza in una
"diversabilità". La sofferenza non è il risultato
esclusivo di una inabilità, quanto della solitudine,
del senso di impotenza che si prova per non
sapersi esprimere.
La conoscenza, dunque, o come direbbe Andrea
Canevaro, la "scoperta cognitiva" può riscattare
la sofferenza e realizzare un'incredibile alleanza
tra benessere e sofferenza. Parlare di "etica
della conoscenza" significa affermare che ogni
persona, e ancor piú quella disabile, ha bisogno
di conoscere la propria disabilità, non solo
in termini esperienziali, ma anche intellettuali,
simbolici, culturali, sociali. Attraverso questo
esigente sentiero di conoscenza - che richiede
una elevata capacità relazionale - si perverrà
facilmente alla consapevolezza che "curare"
non risulterà mai sufficientemente efficace
se non si trasformerà in un "prendersi cura",
in un'etica della cura. Quest'ultima, poi, non
correrà mai il rischio di tramutare la riabilitazione
in onnipotenza se accompagnata dall'etica del
limite.
È chiaro che, dentro a quest'ottica, non sarà
difficile pensare a una "diversa" capacità progettuale.
Non si tratterà di apportare modifiche o adattamenti
per andare incontro alle esigenze di pochi,
ma di rendere eccellente per tutti la qualità
della vita. Rendere accessibili e fruibili città
e risorse ambientali, venire incontro ai dilemmi
delle famiglie che non sono in grado di gestire
da sole disabilità gravi, garantire a tutti
il diritto e la disponibilità allo studio, al
lavoro, allo sport, al turismo è importante,
ma non sufficiente se rimarranno quelle barriere
culturali che si registrano ancora, anche nella
Pubblica Amministrazione, quando ci si accontenta
di rispondere invece di proporre, ci si limita
a modificare piuttosto che realizzare progettualità
globali.
Una società civile dimostra la propria maturità
nel momento in cui sa investire nei servizi
alla persona, non solo in termini assistenziali
ma di co-responsabilità, non solo attraverso
vacue operazioni d'immagine ma nella silenziosa
laboriosità, non solo in furbesche strategie
di "marketing sociale" ma nella gratuità dell'attenzione
alla persona. Le persone disabili hanno una
voce debole, che può essere soffocata da interventi
assistenzialistici che non le tutela, ma "protegge"
i normodotati, preoccupati di "far dimenticare
la disabilità". Tuttavia, nemmeno negando la
"normalità" - ha scritto Pontiggia nel suo Nati
due volte - si riesce a spiegare la "diversità".
Accettare il limite, proprio o altrui, non vuol
dire sottrarsi al dovere di avvicinarsi al bene
e alla perfezione, ma accettare che ogni persona,
in fondo, a modo suo, sia "diversabile".
I Direttori
Antonio Da Re
Renzo Pegoraro