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Rivista "ETICA PER LE PROFESSIONI"
Questioni di etica applicata
N.
2/2002
"Etica e sport"
Editoriale
È
soprattutto nei momenti critici e difficili
che il richiamo all'etica si fa piú insistente:
si reclama maggiore coerenza di comportamenti,
si invocano atteggiamenti piú responsabili,
si propongono nuove regole, piú giuste ed efficaci.
Qualcosa del genere sta avvenendo nel variegato
mondo dello sport, da quello professionistico
e di performance, tanto esaltato e spettacolarizzato
in televisione, a quello amatoriale e ricreativo.
È indubbio che il mondo dello sport sia in crisi.
E che negli ultimi tempi, poi, l'appello all'etica
sia risuonato forte sembra altrettanto fuori
dubbio.
La crisi che sta investendo il mondo dello sport
è in primo luogo finanziaria, istituzionale
e persino formativa, considerato il fatto che
in Italia siamo ancora ben lontani dal raggiungere
gli standard dei Paesi nord-europei nel riuscire
ad avviare i ragazzi che frequentano la scuola
a una pratica sportiva stabile. Il modello organizzativo
e istituzionale tradizionale, incentrato sulle
società sportive federali, con al vertice il
CONI, non è riuscito a intercettare la domanda
di sport che negli ultimi anni è andata sempre
piú diffondendosi. Si è calcolato che quasi
un cittadino su tre svolga, in modo piú o meno
continuativo, un'attività sportiva; ma solo
la metà dei praticanti ha un qualche rapporto
con la rete delle federazioni o delle stesse
associazioni di volontariato, mentre è sempre
piú frequente il caso di chi si indirizza verso
il mondo delle palestre e dei club a pagamento
o piú semplicemente si organizza da sé (jogging,
ginnastica domestica, …). Il fenomeno di per
sé non è ovviamente negativo, ma è indice di
una trasformazione radicale, che ha trovato
impreparati per lo piú gli addetti ai lavori.
Per quanto possa essere fragile e problematico
l'assetto organizzativo, è tuttavia l'idea stessa
di sport che viene stravolta quando l'esasperazione
agonistica o la ricerca a tutti i costi del
successo portano a considerare come del tutto
normali comportamenti sleali, tentativi di corruzione
e persino il ricorso stabile al doping. Purtroppo
tutto ciò non è prerogativa delle attività ad
alto livello, sempre piú condizionate da enormi
interessi economici e dallo sfruttamento pubblicitario:
anche a livello di base non è affatto raro assistere,
durante qualche competizione minore, all'esplodere
di atti di violenza, come pure non è infrequente
che i partecipanti a gare dilettantistiche o
amatoriali assumano sostanze dopanti.
La drammatica emergenza in cui versa lo sport
impone a tutti (atleti, allenatori, dirigenti,
medici, farmacisti, giornalisti, ecc.) di ripensare
con coraggio alla propria esperienza professionale,
senza timore di mettere in discussione stereotipi
e abitudini consolidate. La situazione di emergenza
richiederebbe innanzitutto di avviare un vasto
processo di sensibilizzazione, che potrebbe
culminare nell'adozione di codici etici di autoregolamentazione:
ciò potrebbe valere per le società e le varie
associazioni sportive, comprese quelle di volontariato,
per le palestre e per i grandi centri fitness.
Siamo tutti sufficientemente smaliziati per
concludere che la sottoscrizione di un codice
non è affatto risolutiva; tuttavia, il processo
che porta alla redazione di un nuovo codice
o alla sua riformulazione consentirebbe di precisare
meglio i rispettivi diritti e doveri di chi
pratica lo sport e del professionista sportivo,
e aiuterebbe non poco a far maturare una nuova
consapevolezza sportiva ed etica.
Solitamente i codici prevedono degli obblighi
nei confronti di altri soggetti, di sé stessi
e della professione stessa. È impressionante
osservare come, nel caso dello sport, il venir
meno di alcuni obblighi basilari nei confronti
degli altri (in termini di lealtà o di correttezza)
e nei confronti di sé stessi (quando, con l'uso
di certi farmaci, si mette a repentaglio la
propria salute fisica e psichica) abbia in definitiva
tradito l'idea stessa di sport, la quale dovrebbe
significare formazione del proprio essere nella
sua integralità, nella lealtà della competizione,
nell'autotrascendimento, nella valorizzazione
del momento ludico e ricreativo. Recuperare
l'istanza etica vuol dire in definitiva recuperare
il significato autentico dello sport; in caso
contrario siamo destinati a rivivere la profezia
formulata già negli anni Trenta da José Ortega
y Gasset, il quale, constatando il venir meno,
nell'"uomo massa", del senso ludico e dello
slancio vitale, denunciava l'inevitabile estinzione
dello spirito sportivo.
Abbiamo dedicato una particolare attenzione,
in questo numero, a David C. Thomasma, membro
del Comitato Scientifico della Rivista, che
aveva seguito con passione sin dal suo inizio.
Lascia un vuoto, ma anche una responsabilità
che vogliamo assumerci nella sua memoria, specialmente
nell'àmbito dell'etica medica, alla luce dei
valori che ispirarono la sua opera e la sua
speranza.
I Direttori
Antonio Da Re
Renzo Pegoraro
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Fondazione Lanza
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