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RIVISTA

Rivista "ETICA PER LE PROFESSIONI"
Questioni di etica applicata

N. 1/2009

"Mobilità sostenibile"




Editoriale

In questi dieci anni di vita la rivista “Etica per le professioni”, voluta e curata dalla Fondazione Lanza, si è conquistata sul campo - in quello non certo semplice dei periodici specialistici - uno spazio di valore e di competenza scientifca motivato soprattutto dalla sua impostazione di rigore culturale e insieme di interazione multidisciplinare. Nell’iniziare l’impegno di direttore editoriale sono riconoscente innanzitutto al prof. Antonio Da Re, che in questi anni ha portato la rivista a un livello di qualità scientifica tale da rappresentare un’eredità preziosa, di sicura garanzia, e nello stesso tempo un lascito assai esigente. So che egli continuerà a essere un accompagnatore e un consigliere valido per il prosieguo della vita della rivista entrando a far parte del Comitato scientifco, il quale con competenza e lungimiranza ha garantito in questi anni la linea
editoriale di fondo della rivista. Altra valida garanzia di continuità mi viene assicurata dalla Redazione, e in particolare dal lavoro svolto dal caporedattore, Germano Bertin, che continuerà a essere il perno dell’opera
redazionale, dei numerosi e pertinenti contatti sviluppati fn qui, nonché dell’importante lavoro di promozione e diffusione della rivista.
Nel mio primo incontro con il direttore responsabile, dott. Gianni Locatelli, ho avuto modo di vedere confermata la sua forte passione e la sua convinta e vivace adesione alla mission specifica della rivista, arricchite poi dal suo ricco patrimonio esperienziale e professionale (già direttore de “Il Sole 24 Ore” e già direttore generale di RAI TV). Tutto questo per dire ai nostri lettori che la serietà e la qualità conquistate dalla rivista in questi dieci anni sono oramai un patrimonio che non potrà che essere valorizzato e fatto fruttare ancora di piú. Per tutte queste ragioni, con il Comitato Scientifco e il Comitato di Redazione, supportati dalla Fondazione Lanza e dall’Editore, stiamo già preparando, in occasione del primo decennio di attività della rivista, un appuntamento speciale che non vuole essere soltanto celebrativo, ma ulteriore opportunità di impulso, di confronto, di ascolto e di rilancio per rispondere sempre meglio alle nuove responsabilità etiche che interpellano e impegnano il vasto mondo delle professioni.
Se vi è un’evidenza, infatti, che subito è balzata in primo piano a ridosso della crisi finanziaria, economica e sociale che stiamo vivendo oggi, è quella che riguarda il tradimento etico messo in atto da molti professionisti. Senza tanti giri di parole, a fronte degli effetti nefasti provocati dalla crisi, appare evidente l’urgenza di rilanciare in senso trasversale e in maniera capillare quell’opera di “formazione etica” nelle professioni che forse era stata data troppo per scontata. Il lavoro paziente e tenace, inserito tra le pieghe del quotidiano della vita professionale, svolto dalla nostra rivista in questi anni, testimonia che la formazione etica non è mai un dato acquisito una volta per tutte, ma piuttosto una attenzione e una scelta che ha bisogno di tempo e di graduale maturazione per essere consolidata, sia da parte delle istituzioni sia da parte delle singole persone.
E' questo il servizio che la rivista intende continuare a sviluppare, confermando due specifche caratteristiche: da una parte, si prefigge di offrire sobrie ma incisive chiavi di lettura delle diverse realtà professionali (e dell’ambiente circostante) continuamente in trasformazione e, dall’altra, di indicare, a partire dall’interno del vissuto professionale, coerenti orientamenti etici. L’insieme va mediato, poi, come apporto alle coscienze personali, affnché mediante un apprendimento continuo maturino tanto la capacità di discernimento quanto la competenza a decidere in situazione.
Tutto questo è ciò che viene alla luce anche per le questioni che sono oggetto di attenzione e di rifessione in questo dossier dedicato al tema della “mobilità sostenibile”. Non esiste un progresso lineare, cioè comunque buono e promettente, verso magnifiche e progressive sorti. È insito nel progresso, da una parte, creare crescita e interventi migliorativi e, dall’altra, aprire processi di impoverimento e perfino di
peggioramento. Il progresso è una realtà ambivalente e molto dipende da quale parte gli uomini riescono a far inclinare la bilancia. L’idea dello “sviluppo sostenibile” ha la sua centralità e persuasività nel fatto che cerca di promuovere uno sviluppo che riduce al minimo, e possibilmente azzera, i costi negativi che fin qui tutti vediamo e paghiamo. Certo, oggi si ha l’impressione che i costi siano saliti a un punto tale che pare disperata la corsa a sanarli.
La mobilità umana nelle nostre società ipermoderne è forse un caso emblematico dell’intima contraddittorietà del progresso cosí come lo abbiamo conosciuto e lo continuiamo a immaginare. È innegabile che l’evoluzione del sistema dei trasporti ha rappresentato un’opportunità senza precedenti nella storia delle civiltà. È stata un fattore di benessere e un vettore di nuovi diritti e di nuove scoperte. Ma è altrettanto innegabile che tale evoluzione ha generato congestione, inquinamento acustico e atmosferico, incidentalità e mortalità sulle strade, degrado paesaggistico, depauperamento di risorse naturali, compromissione della salute, dello stato del clima e dell’ambiente. Vengono alla luce, dunque, alcune contraddizioni del nostro sistema che la mobilità evidenzia in modo emblematico.
Tuttavia, siamo ben coscienti che dobbiamo superare non solo la tentazione di ritorno periodico a letture antimoderne, ma anche il delirio automobilistico che ancora persiste, per discernere un proflo positivo della mobilità umana all’interno dei processi del nostro mondo. L’orientamento è quello di evidenziare, accanto a una lettura realistica del fenomeno della mobilità, possibili vie d’uscita e modalità percorribili per riuscire a superare le contraddizioni di partenza del nostro sistema di trasporto di uomini e merci. Vi è la necessità di elaborare un approccio non solo multidisciplinare ma trasversale, tale da cogliere non solo la complessità, ma anche le operazioni praticabili per imboccare nuove soluzioni. Certo, occorre lucidità e determinazione da
parte degli amministratori della cosa pubblica, ma anche lungimiranza e cura del bene comune da parte di tutti gli altri soggetti, a cominciare dal cittadino e dal suo civismo.
Ma a monte vi sono almeno due profli della mobilità che risultano decisivi per comprendere la posta in gioco che essa nasconde. Il primo proflo è quello antropologico: essa tocca l’essere umano nel suo stesso cuore. Con le figure concrete che la mobilità odierna ha assunto è stato drasticamente ridotto e impoverito lo spazio antropologico dell’incontro e della relazione con l’altro, con la mortifcazione della socialità e l’esasperazione dell’individualismo. Le forme e i modi della nostra mobilità hanno confermato, e semmai rafforzato, la desocializzazione dell’uomo e la privatizzazione dell’esistenza a scapito del bene comune e della polis come spazio dell’evento plurale dell’umanità in cui arricchirsi (ma anche arrischiarsi) dell’incontro con l’altro. L’atrofizzazione della componente relazionale nella nostra esistenza è passata anche attraverso il quotidiano mezzo automobilistico.
Il secondo proflo è quello etico della mobilità ed è tutt’altro che trascurabile. Va al cuore della nostra cultura moderna ed è gravido di conseguenze. Riguarda il confitto tra libertà personale e cura per alcuni beni comuni fondamentali. L’appello al diritto alla libertà personale (di muoversi come, quanto e quando si vuole) e delle attività commerciali è entrato fortemente in collisione con alcuni capitali beni comuni, come la salute e la qualità della vita, la salvaguardia dell’ambiente, la tutela delle risorse e, non da ultimo, esso genera anche nuove disuguaglianze ed esclusioni. Emerge qui la natura confittuale e contraddittoria della nostra concezione moderna della libertà: rispetto delle libertà individuali da una parte e, dall’altra, gli effetti secondari negativi derivanti da un uso individualistico delle nostre stesse libertà. Rimuovere questi due profili della mobilità delle persone e delle merci nel nostro tempo, signifca non solo precluderci la comprensione della natura profonda del fenomeno stesso della mobilità, ma privarci anche del coraggio di ricercare soluzioni all’altezza dei problemi e dei confitti in cui ci dibattiamo, tanto sul piano dello stile di vita personale quanto su quello della convivenza sociale.
Si apre cosí alla nostra considerazione un nuovo impegno condiviso e articolato in una sorta di triangolo virtuoso, ossia tre registri sui quali agire contemporaneamente: quello dei valori dei cittadini, quello delle nuove professioni e quello dei vincoli pubblici maturati mediante percorsi di informazione, formazione e partecipazione. In altre parole, come sempre piú spesso prendiamo coscienza oggi, ci vuole una competenza di sintesi tra azioni multiple che, nel caso della mobilità, comprendono interventi sui valori, sugli stili di vita personali e collettivi, sulle innovazioni, accompagnate dal coraggio degli amministratori della cosa pubblica e rafforzate dalla partecipazione di cittadinanza in vista di una mobilità sostenibile.
Rispetto al modello dominante, infatti, esistono alternative praticabili e vantaggiose per tutti, come il car pooling, il trasporto a chiamata, i servizi di prossimità, la riscoperta della bicicletta, la bici elettrica, il car sharing, il bike sharing, il taxi collettivo, la distribuzione condivisa delle merci e la consegna a domicilio … Il riequilibrio verso sistemi di trasporto contrassegnati dalla “sostenibilità” implica anche nuove strategie orientate verso una vera connessione tra assetto territoriale, infrastrutture e sistema della mobilità, la messa al centro del settore ferroviario, del trasporto via mare, di una logistica integrata e intermodale, di una piú decisa gestione del traffco per accrescere l’effcienza e il risparmio energetico.
In defnitiva, il caso della mobilità ci insegna che un sistema di vita basato sull’enfasi unilaterale delle libertà individuali che compromettono la qualità della vita e dell’ambiente, non ha futuro. Al contrario, si tratta oggi di mettere in valore le libertà delle persone in vista di una costellazione condivisa di fini complementari, quali la riduzione dei costi (economici, energetici, antropologici ed etici) per la collettività, una maggiore convivialità e cura per la relazione interpersonale, la restituzione di spazi all’incontro e al confronto, piú servizi e meno status symbol da esibire, meno “non luoghi” e piú opportunità per il riconoscimento.

Il Direttore
Lorenzo Biagi

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