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RIVISTA

Rivista "ETICA PER LE PROFESSIONI"
Questioni di etica applicata

N. 1/2005

"Diritto al figlio?"




Editoriale

Il titolo del dossier - Diritto al figlio? - potrebbe suonare come una provocazione o come una inutile forzatura. Posta la domanda in questi termini, è anche facile prevedere quale sarà la risposta: no, non c'è un diritto al figlio, tanto piú se questo dovesse essere perseguito e realizzato a ogni costo e con qualsiasi modalità; e in effetti la risposta rinvenibile nelle pagine che seguono è proprio questa. Prima però di anticipare precipitosamente le conclusioni del dossier, va chiarita la scelta culturale che ha guidato le decisioni della Redazione e alla quale allude, appunto, anche l'indicazione del titolo.
L'occasione del dossier è stata ovviamente rappresentata dall'approvazione, dopo un lungo e travagliato iter, della legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita e ancor piú dall'accesa discussione che ha fatto seguito alla raccolta delle firme per i referendum abrogativi di alcune parti della legge stessa. Tuttavia, per affrontare adeguatamente la tematica della procreazione medicalmente assistita è sembrato opportuno allargare, per cosí dire, la prospettiva, e collocare la riflessione sulla procreazione (non necessariamente solo quella artificiale, ma anche quella cosiddetta naturale), in un orizzonte piú ampio, che interpella la nostra stessa identità personale, il significato dell'essere genitori, madri e padri, il significato della vita di coppia, il desiderio dell'avere un figlio.
Non c'è donna o uomo sulla faccia della terra che non sia figlia o figlio; l'esperienza dell'essere figli è costitutiva dell'essere uomini. L'essere chiamati alla vita è comunque attestazione del carattere specifico e insostituibile di ogni essere umano: il figlio, ogni figlio, si dà ai genitori come un essere connotato di una sua propria personale identità, della quale tra l'altro rende testimonianza la particolarità del suo corredo genetico. Tra genitori e figli si stabilisce sin dal momento del concepimento, e addirittura sin da prima, nella storia soggettiva e di coppia che lo precede, un legame inscindibile; ma è comunque un legame di persone "altre", ciascuna delle quali è chiamata a essere sé stessa, nella sua ricchezza personale e nella sua libertà.
Sta forse in questo legame inscindibile, eppure libero, il fascino che accompagna l'esperienza straordinaria della genitorialità: per quanto un figlio possa essere cercato e voluto egli rappresenterà sempre un "altro", col quale comincerà a intrecciarsi una storia di vita. La madre e il padre guarderanno alla realtà con occhi nuovi; la "novità" costituita dal figlio, non solo al momento della nascita o quando egli viene atteso, ma anche negli anni a venire, non potrà non lasciare delle tracce nell'essere dei genitori, anche quando la novità nel tempo potrà essere fonte di tensione e di conflitto.
Il desiderio di avere un figlio è come tale umanamente comprensibile, e si può ben spiegare la sofferenza che a molte coppie arreca la sterilità o l'infecondità; ed è come cura della sterilità e dell'infecondità che dovrebbero giustificarsi le tecniche di procreazione assistita. Va anche detto che il desiderio del figlio non è sempre facilmente identificabile, per lo meno non in una società contraddistinta da tassi bassissimi di fecondità, in cui molte coppie decidono invece, intenzionalmente, di non procreare. Stupisce, poi, la percezione, sempre piú diffusa, che questo desiderio non possa essere soddisfatto in altro modo che attraverso una genitorialità biologica, anche se ottenuta con una defatigante serie di esami, di lunghe attese, di possibili frustrazioni e fallimenti che le tecniche comportano. Al contrario, la genitorialità sociale, figura a lungo costruita anche come prescrizione comportamentale - dal momento che non basta mettere al mondo dei figli per essere automaticamente dei buoni genitori - o come valorizzazione delle scelte dell'adozione o dell'affidamento o della cura in genere di minori, nel sentire comune appare essere piú problematica e incerta.
Desiderare il figlio non legittima comunque alcun diritto al figlio, soprattutto se questo si trasforma nel diritto a programmare un altro uomo. La vera questione morale da questo punto di vista non risiede tanto nel carattere artificiale della procreazione assistita, quanto nel rischio che essa si possa trasformare in un atto di programmazione e di selezione eugenetica. Se cosí fosse assisteremmo allo stravolgimento del significato proprio del generare e dell'essere figli: verrebbe negata in origine quella irriducibile alterità, quella novità, quella libertà di cui ogni essere umano è misteriosamente latore e di cui il nostro vivere sociale avverte drammaticamente la carenza.

Il Direttore
Antonio Da Re

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