Rivista "ETICA PER LE PROFESSIONI"
Questioni di etica applicata
N.
1/2004
"Democrazia e rappresentanza"
Editoriale
La
perdita di forza aggregante dei tradizionali
organi di rappresentanza (partiti, sindacati,
…), la chiusura dei sistemi decisionali, la
distorsione nell'uso dei mezzi di informazione
e, al contempo, l'affermarsi sempre piú spontaneo
ed efficace di nuovi e piú snelli soggetti di
aggregazione (associazioni, movimenti, gruppi
d'interesse, …) rendono evidente la diffusa
crisi di rappresentanza che da piú parti, oggi,
viene unanimemente registrata. Tale crisi, per
un verso esprime il rischio di una "neutralizzazione"
del cittadino, con la tendenza ad affidarsi
a forme di rappresentanza sempre più
parcellizzate; per un altro, può anche essere
foriera di nuove modalità di intendere
e di vivere la democrazia e la partecipazione.
La rappresentanza, infatti, oltre a trasformare
domande individuali o di gruppo in politiche
pubbliche condivise, dovrebbe riuscire a favorire
la socializzazione politica e l'educazione al
metodo democratico. Solo così il cittadino
non resterà un passivo beneficiario di
servizi e di diritti, ma si trasformerà
in un consapevole "soggetto partecipante", capace
non solo di esprimere le proprie aspettative,
ma anche di esercitare un controllo critico.
In tal modo, la rappresentanza non sarà intesa
semplicemente come uno strumento per incidere
sui processi decisionali e governativi a tutela
solo di interessi di parte; le professioni non
potranno piú essere autoreferenziali o mere
"prestazioni", ma sintesi d'interesse individuale
e d'impegno civile; l'informazione non sarà
piú solo propaganda o esasperata ricerca di
audience, ma "notizia" capace di fornire elementi
di valutazione utili a formare autonome capacità
di critica; la politica e l'economia non saranno
più confinate nella difesa astorica di
una autarchica sovranità nazionale, ma
si apriranno alla costruzione di realtà,
ordinamenti e istituti di una democrazia internazionale.
La nuova democrazia, oggi tanto auspicata, necessita
di una radicata concezione morale, fondata sui
valori del bene comune, della giustizia, del
pluralismo, della solidarietà e dell'eguaglianza.
La forte domanda di "riconoscimento" e di nuova
rappresentanza ha bisogno di una politica trasparente,
volta a riconoscere l'identità e la diversità
irripetibile di ogni individuo e di ogni gruppo,
senza trascurare di perseguire l'interesse di
tutti.
Ancora una volta "diritti" e "capacità"
devono integrarsi sinergicamente, in quanto
solo dal riconoscimento delle differenze è
consentito a una società di svilupparsi
e all'individuo di realizzarsi. Le contrapposizioni,
purché avvengano nel leale rispetto dell'altro,
sono sfide che rafforzano democrazia, rappresentanza
e partecipazione. Il metodo democratico rimane
lo strumento naturale attraverso il quale dare
risposte alle domande di tutti, senza rischiare
mai di fare promesse impossibili o, addirittura,
ambigue.
Quale uomo, poi, debba essere quello - per dirla
con Max Weber - al quale è "consentito di mettere
le mani negli ingranaggi della storia" non è
facile a dirsi. Si può oramai considerare
definitivamente conclusa la stagione che ha
portato a soppiantare i professionisti della
politica, identificati fondamentalmente con
uomini di apparato e funzionari di partito,
con personale politico proveniente dalla cosiddetta
società civile (associazioni di categoria,
movimenti, gruppi di interesse, ...). Le esperienze
di questo travolgente mutamento, sull'onda di
una presunta superiorità della società
civile, ha conosciuto vicende alterne, con luci
e ombre.
La lezione ancora valida che proviene dalla
lungimirante analisi di Weber, risalente a quasi
un secolo fa, è che la rappresentanza
strettamente politica richiede un personale
che sia fortemente motivato e proteso verso
ideali di ampio respiro e, al tempo stesso,
sia culturalmente e tecnicamente preparato.
Insomma, l'uomo politico dovrebbe avere la capacità
di coniugare insieme, per vocazione e per professione,
l'etica della convinzione e l'etica della responsabilità.
Né, quindi, convinzione senza responsabilità,
perché facilmente si potrebbe scadere
nel vuoto moralismo e nel fanatismo, né,
del resto, responsabilità che prescinda
da ideali e convinzioni morali, altrimenti si
ha a che fare con un pragmatismo di corta gittata,
incapace in verità di farsi effettivamente
carico della responsabilità verso l'altro,
verso le future generazioni, verso l'ambiente.
I Direttori
Antonio Da Re
Renzo Pegoraro