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La
bioetica sta attraversando un processo
di profonda trasformazione. Essa, com'è
noto, è una disciplina sorta negli Anni
Settanta del secolo scorso, con lo scopo
di riflettere sulle implicazioni etiche
dell'utilizzo delle nuove tecnologie
biomediche, sia nel campo della ricerca,
che nel campo della medicina clinica.
Per questo motivo essa si è inizialmente
sviluppata nei Paesi tecnologicamente
più avanzati, che sentivano in modo
sempre più acuto l'urgenza di affrontare
tali problemi. I Paesi poveri e tecnologicamente
più arretrati non potevano invece sentire
con la stessa urgenza l'esigenza di
affrontare le questioni etiche sollevate
dall'utilizzo di sofisticate strumentazioni
nei reparti di terapia intensiva, oppure
dalle tecniche di fecondazione artificiale.
Oggi invece, al contrario di quanto
è avvenuto nel passato, assistiamo a
un coinvolgimento dei Paesi tecnologicamente
meno sviluppati nell'area della bioetica.
Questi Paesi costringono gli esperti
a confrontarsi con nuove questioni,
quali quella dell'allocazione delle
risorse sanitarie su scala globale,
della giustizia in campo sanitario,
della regolamentazione delle sperimentazioni
condotte in Paesi terzi, ecc. Un tale
processo di globalizzazione della bioetica
è senza dubbio agevolato da organismi
internazionali quali l'UNESCO, che da
tempo si è dotato di due comitati di
bioetica, all'interno dei quali sono
presenti rappresentanti di numerosi
Paesi dei diversi continenti del mondo.
L'UNESCO, inoltre, ha approvato vari
documenti aventi per oggetto la bioetica,
il più importante dei quali è, per le
sue enormi applicazioni, la Dichiarazione
Universale sulla Bioetica e i Diritti
Umani, approvata all'unanimità il 19
ottobre 2005 dalla trentatreesima Conferenza
Generale dell'UNESCO.
E' dunque a partire dall'analisi di
questo documento che una serie di autorevoli
voci della bioetica internazionale,
rappresentanti vari Paesi e vari continenti,
si interrogano, nelle pagine del presente
volume, sul fenomeno della globalizzazione
della bioetica.
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